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Anibal Troilo 1937-1944 – I: lo stile

Quando veniva il momento di suonare
era solo con la sua anima ed il suo strumento.
Ma sapeva da sempre dove trovare la verità della musica.
Edmundo Eichelmann

Raramente il dipanarsi della storia del tango ha espresso un equilibrio di forma ed un gustod’arrangiamento come quelli testimoniati dalla musica dell’Orquesta di Anibal Troilo. La figura di questo bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra, giustamente ricordata come una delle più rappresentative nell’ambito dell’evoluzione musicale bonaerense, si impose non solo per le capacità tecniche tramite cui seppe recare una nuova espressività del suo strumento, quanto per uno stile di conduzione orchestrale improntato ad un buon gusto e ad un senso della misura eccezionali, ed al contempo capace di grande espressione sentimentale. La modalità esecutiva della sua orchestra andò conservando questa natura, anche al netto delle differenti formazioni e degli alti e bassi che le mutate circostanze dell’ambiente musicale e storico degli anni ’60 e ’70 determinarono.
Pichuco, come era affettuosamente sopranominato, rifinì l’idea musicale che era andata emergendo chiaramente fin dalle prime incisioni, scegliendo a tal fine i musicisti di volta in volta più adatti ad incarnarla. La tensione che senza posa guidò Troilo alla ridefinizione dei ruoli nell’orchestra, del rapporto tra questa ed il suo strumento, e tra gli strumenti ed il testo dei tanghi delineano un insieme strutturato di intenti espressivi che consentono di parlare di una vera e propria poetica musicale. Se si riguarda alle circostanze che portarono all’esordio della sua prima orchestra e poi alle caratteristiche che innervano le prove discografiche dei primi anni ’40, salta subito all’orecchio l’eccezionalità di quel primo tempo troileano, riconosciuto dagli appassionati come una delle pagine più preziose della decade d’oro del tango. Sia per i musicisti che per i ballerini, infatti, gli anni ricordati anche per collaborazione col cantante Francisco Fiorentino rappresentano un tesoro nel tesoro. Guardare a quel periodo significa dischiudere le ragioni dello sviluppo strumentale della sua Orquesta ma anche dell’intera espressività musicale del tango.
Nel repertorio di questo fortunato periodo musicale sono numerosissimi i brani che si potrebbero prendere come esemplari. Alcuni di essi sono dei capolavori del genere tanghero, perfettamente compenetrati con l’ispirato stile di Pichuco, tanto che è normale chiedersi quanto l’ispirazione dei compositori che lavorarono con lui debba al suo tocco e alla sua modalità interpretativa. En Esta Tarde Gris, incisa nel 1941, è sicuramente uno di questi brani.

Un apprendistato eccezionale

Quando la sua prima vera Orchestra debuttò presso il Cabaret Marabù, Anibal Troilo non aveva ancora compiuto ventritre anni, ma la sua esperienza nell’ambiente del tango lo aveva già portato ad affiancare tutte le figure leggendarie della sua epoca. Fu un accumularsi di esperienze come a pochi altri musicisti è toccato in sorte, e merita di essere riassunto per sommi capi.
El bandoneon mayor de Buenos Aires, come lo avrebbe chiamato il poeta lunfardo Julian Centeya, mosse i primi passi da musicista da ragazzino, se vero che già nel 1927, tredicenne, lo troviamo ingaggiato per la stagione del Cine Palace Medrano a capo di un Quinteto che, come era in uso a quel tempo, accompagnava la proiezione delle pellicole mute. Nella fattispecie questa sua primissima formazione si alternava con un’orchestra jazz diretta dal pianista Antonio Tanturi, fratello di Ricardo. Dopo altre esperienze minori, nel 1929 Troilo ebbe l’occasione di suonare per un paio di mesi nell’Orquesta condotta dal bandoneonista Juan Pacho Maglio, una celebrità già all’epoca, per poi approdare nel Sexteto del violinista Alfredo Gobbi

Orquesta Vardaro – Pugliese

Fu proprio in quest’ultima formazione che avvenne l’incontro col pianista Orlando Goñi, un musicista che si rivelerà essenziale nella definizione della futura Orchesta di Troilo.
Nel 1930 Pichuco approdò in una formazione che per gli appassionati ha contorni quasi mitologici. Benché non vi sia alcun documento sonoro che possa renderne testimonianza diretta, bastano i nomi dei musicisti che la costituirono a giustificarne la memoria: diretta dal pianista Osvaldo Pugliese e dal violinista Elvino Vardaro, vedeva Gobbi al secondo violino, Luis Adesso al contrabbasso, Troilo e Migliel Jurado ai bandoneones. Quest’ultimo venne presto sostituito da chi sarebbe diventato uno dei maggiori ispiratore dello stile strumentale di Troilo, il cordobese Ciriaco Ortiz.

Nel 1932 è Julio De Caro ad integrarlo in un grande organico (secondo un certo intendimento sinfonico che agli inizi degli anni ’30 si andava affermando) composto da due pianoforti, cinque violini, cinque bandoneones, due contrabbassi ed un cantante. In questa circostanza Pichuco ebbe l’occasione di lavorare fianco a fianco con un’altra figura di prima grandezza nella storia del bandoneon, Pedro Laurenz.
La grande capacità strumentale porterà Troilo a suonare con tutti gli altri protagonisti maggiori del tango anni ’30. Si avvalsero del suo bandoneon le orchestre di Juan D’ArienzoAngel D’AgostinoLuis Petrucelli e la Típica Victor, diretta all’epoca da un altro bandoneonista di gran fama, Federico Scorticati. Prima di esordire con una formazione che portasse il suo nome Troilo accompagna il trio di Lucio Demare, appare nell’orchestra di Juan Carlos Cobain e quindi in quella di Ciriaco Ortiz, alternando esibizioni in teatro, locali ed alla radio. 
Poco più che ventenne, dunque, Troilo si trova ad avere avuto esperienza e confronto con i più grandi strumentisti che il bandoneon avesse espresso fino ad allora, nonché con i più importanti direttori d’Orquesta.

E si arriva quindi a metà del 1937, quando il Cabaret Marabù  interpella Troilo per un ingaggio che prevede uno spettacolo pomeridiano ed uno serale. Il primo luglio di quell’anno il cartello davati al Marabù proclama: “Todo el mundo al Marabú la boite de más alto rango donde Pichuco y su orquesta harán bailar buenos tangos“.

Orquesta Pichuco, 1937

Esordisce così  l’Orquesta Pichuco, il cui organico ricalcava quello della recentemente disciolta Orquesta di Ciriaco Ortiz: Anibal Troilo, Juan Manuel Ramirez, Roberto Yanitelli, presto sostituito da Eduardo Marino, ai bandoneones; Josè Stilman, Pedro Sapochnik, Reynaldo Nichele, anch’egli presto sostituito da Hugo Baralis, ai violini; Juan Fassio al contrabbasso e Orlando Goñi al pianoforte.
Per l’occasione tutti i musicisti indossarono un completo blu confezionato dallo stesso cantante dell’orchestra, Francisco Fiorentino, ex sarto oltre che ex bandoneonista.

La definizione dello stile

I primissimi anni di attività l’Orquesta di Anibal Troilo sono fitti di appuntamenti, un pò per il periodo particolarmente felice per il tango, ma soprattutto per la qualità musicali espressa dalla formazione, il che portò immediatamente un notevole successo di pubblico.

Come quasi tutti i suoi contemporanei, anche Troilo si affida alla pulsazione rapida che aveva portato D’Arienzo ed i suoi emuli ad un’enorme popolarità presso il pubblico del ballo. Le prime incisioni dell’orchestra (Comme il Faut e Tinta Verde, del 1938) presentano vistosamente l’impronta della marca ritmica allora in auge. Tuttavia fin da questi primi documenti sonori l’ascoltatore attento può ritrovare elementi di cesura con il modo interpretativo dell’epoca. Oltre alla perizia tecnica della sezione ritmica nello spingere impeccabilmente la rapida marca darenziana, infatti, si avvertono fin da queste prime prove i segni di un’impostazione che, benché in uno stato embrionale, additano un esito diametralmente opposto a quello di D’Arienzo.

Troilo e D’Arienzo negli anni ’60

La musicalità espressa dall’orchestra, intanto, è eccellente: il calore interpretativo e la misura degli interventi strumentali additano un’espressività che è per natura agli antipodi dell’inesorabilità ritmica dell’estetica darienziana. Soprattutto, si coglie una complessità d’arrangiamento che volge a spezzare la meccanica del compas serrato cui il direttore più celebrato dai ballerini dell’epoca sottometteva ogni altro aspetto musicale: alcuni frammenti melodici e in generale l’approccio al pezzo fanno della serrata veste ritmica, per l’appunto, solo una veste attraverso cui si intravvedono intenzioni che di lì a poco si andranno precisando.

Comme il Faut, Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1938

È bene ricordare che l’ispirazione di Troilo è e sarà sempre irriducibilmente decareana, ovvero dedita ad una ricerca armonico-melodica che in D’Arienzo, a prescindere da come la si pensi sul suo ruolo nella storia del tango, indiscutibilmente latita. La strutturazione di queste tensioni dell’Orquesta, già presenti nei due primi brani del 1937, si coglie più chiaramente nelle registrazioni che, a partire dal 1941, vedranno Troilo impegnato con le edizioni RCA, casa con cui il musicista rimarrà legato per tutti gli anni ’40.

L’Orquesta Troilo con Piazzolla al bandoneon (1940)

Nel percorso dell’Orquesta lungo la decade de oro, che produce risultati sempre molto ballabili, riluce un vieppiù cospicuo arricchimento strumentale e di arrangiamento che, oltre alla maturazione di un’intuizione estetica già felice in origine, beneficia dall’ingresso nella formazione di strumentisti sempre di assoluto valore. Tra gli altri, non si può non ricordare l’arrivo di Enrique Kicho Diaz al contrabbasso, che nel 1939 fu presentato a Troilo dal fratello maggiore David Diaz (primo violino dell’orquesta) e che con Pichuco incise circa 300 brani lungo un ventennio. Nello stesso anno la fila dei bandoneones si arricchì di un talentuoso diciannovenne di nome Astor Piazzolla.

Piazzolla e Troilo

Gli aneddoti circa il freno che il direttore dovette reiteratamente porre alla costante tensione innovativa di Piazzolla, cui erano demandati anche compiti di arrangiatore, non fa che confermare la fermezza con cui Troilo salvaguardò la propria idea di orchestrazione, oramai definita, seppure dalle invenzioni di un vero e proprio genio della musica. La maturazione estetica costante ed originalissima di questi anni, di sicura cifra tanghera, rese Troilo un personaggio emblematico di un’epoca che, anche grazie a lui, si definì d’oro: in ciascuno dei suoi brani riluce il lavoro svolto al suo strumento e nel rapporto con tutta la formazione, tanto che ciascuno di essi potrebbe essere preso ad esempio per illustrare i tratti sostanziali dell’ammirato stile del giovane Troilo.

Un tratto di sicura rilevanza risiede nell’equilibrio formale tra le varie sezioni orchestrali. A partire dalla lezione di De Caro, Pichuco distende la sua musica attraverso un’equilibrata distribuzione strumentale, e la orna con un contrappunto sempre di ottima fattura; col passare del tempo, peraltro, il ritmo va rallentando, dispiengando un ventaglio più ampio di ruoli e funzioni per le diverse sezioni strumentali. Di incisione in incisione la modalità esecutiva va quindi connotandosi come sempre più elastica, seppure con formazioni e strumentazioni differenti ma efficacemente guidate dalle linee guida dell’estetica troileana .

Orlando Goni

In questo equilibrio strumentale un ruolo di primo piano è ricoperto dal pianismo di Orlando Goni, su cui si basa l’approccio ritmico dell’orquesta. Goni era un pianista eccellente per la sua epoca, con una mano sinistra solida e densa, capace di supportare la trama ritmica dei brani, ed una mano destra dal fraseggio personalissimo, dedita al rubato ed alla sincope.
La sua è una forma assai particolare di condurre l’Orquesta, che tanto deve del suo approccio ‘elastico’ proprio alla marcazione di Goni. Il suo stile strumentale ha qualcosa di informale, probabilmente derivato dai pianisti jazz suoi coevi, come anche la sua attitudine all’improvvisazione conferma. Eppure il suono risulta del tutto tanghero, caratterizzato da un predominio dei bassi bordoneados, tendenti a trasporre nel lavoro della mano sinistra il ruolo ritmico ed armonico che nel tango delle origini era stato della chitarra (bordona). Si prenda ad esempio l’esecuzione di C.V.T., che vede il piano come protagonista dell’orquesta con tutte le sue peculiarità stilistiche.

C.V.T., Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1942

Il marchio distintivo di Goni è proprio nel tessuto morbido ed elastico che quelle notas sveltas non fanno mai mancare sui toni bassi. In questo senso è possibile definirlo agli antipodi di Rodolfo Biagi, il pianista che caratterizzò lo stile di D’Arienzo: quanto questi si concentrava sul tutto acuto, accelerato, tagliato, dissonante, nervoso, fin aggressivo, così Orlando Goni era dedito agli accordi legati, all’uso importante dei toni gravi nel fraseggio, al tempo rubato, al suono morbido ma ricco di pause e fantasiose sincopi grazie a cui l’articolazione ritmica dell’intera orchestra si andò via via distinguendo. Non è senza significato che i pianisti che succedettero a Goni dopo il suo addio all’orquesta nell’autunno del 1943 (e poco più di un anno dalla sua prematura scomparsa a causa degli abusi di una vita bohemienne) mantennero la stessa modalità esecutiva dando continuità timbrica alla formazione di Troilo, e questo almeno fino all’ingresso in formazione di Orlando Berlingheri, negli anni ’50.
In generale il fiuto dimostrato da Troilo per la qualità dei musicisti scelti in vista del perseguimento della propria linea musicale è innegabile, e tale resterà fino al termine della sua carriera. Lungo gli anni di cui ci stiamo occupando e più in generale per tutta la decade dei ’40 gli arrangiamenti della sua formazione andarono arricchendosi e dispiegandosi in una sorprendente varietà strumentale, grazie al lavoro d’orchestrazione prima di Piazzolla, e poi di Emilio Balcarce e Argentino Galvan.

Orquesta Anibal Troilo, 1942
Va da sè che sarebbe del tutto scorretto ricondurre il successo della sua Orquesta e la qualità delle interpretazioni al valore dei musicisti che vi collaborarono giacchè, si è già accennato, fu il direttore a disciplinarli secondo una sensibilità ammirevole ed un buon gusto universalmente riconosciuto. La sua orchestra seppe imporsi ed imporre da lì in poi un uso molto raffinato e misurato del chiaroscuro: grazie ad improvvisi cambi di velocità, pause, ben dosati passaggi dal forte al pianissimo, Troilo seppe guidare la sua formazione ad un’espressività ad allora inusitata.

In tal senso è inevitabile spendere qualche parola sul suo bandoneon. Come ha efficacemente riassunto Luis Adolfo Sierra

Troilo riuniva nel suo stile la delicatezza sonora di Pedro Maffia, la brillantezza armonica di Pedro Laurenz, e l’inconfondibile ‘fraseo octavado’ di Ciriaco Ortiz. Il tutto attraverso una maniera personale, la maniera Troilo, a giudizio di molti autorevoli opinioni il più completo esecutore di bandoneon del nostro tango.

In effetti le qualità esecutive di Troilo sono straordinarie, con quella capacità tecnica nel dosare legati e staccati in fraseggi di grande effetto, soprattutto grazie alla sua maestria nel rubato. Questo elemento non è da intendersi come mero espediente tecnico. L’esecuzione non metronomica nella quale ogni ritenuto o rallentando viene subito compensato da un accelerando o viceversa è frutto di un’intenzione espressiva che al contempo se ne nutre e se ne rafforza; il lavoro di Pichuco al suo strumento è ricco di queste evasioni dalla quadratura ritmica, volto costantemente a sottolineare questo o quell’elemento della melodia. Il risultato espressivo come detto è unico, tanto da rendere il suo stile strumentale inconfondibile nella sua emotività. Horacio Ferrer ha parlato del rubato di Troilo come di una

sempre inattesa maniera di sentire e di trattare la frase nella divisione ritmica, incantevole miscuglio di logica e di capriccio

Il linguaggio proprio che Troilo seppe creare per il suo strumento consentiva con la stessa facilità di creare un compadrear degno della più classica tradizione portena così come un sospirato intimismo. Un esempio famoso di grande ballabilità e potenza ritmica è sicuramente Milonguendo En El Cuarenta.

Milongueando En El Cuarenta, Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1941
Nei brani più ricchi di increspature meditative risalta in tutta evidenza il peculiare modo di imporsi degli ‘a solo’ sospirati di bandoneon, una cifra caratteristica della tecnica strumentale ed espressiva di Troilo, che ad esempio è possibile ammirare nei finali de La Maleva e Inspiracion.

La Maleva, Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1942

Inspiracion, Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1943

In questo senso rappresentò senza dubbio l’incontro delle migliori qualità strumentali della sua epoca ed insieme l’avvio del tango moderno che, incarnato dalla sua Orquesta, avrebbe influenzato praticamente tutte le formazioni dell’epoca d’oro. Eppure, a prescindere dall’influenza dei più grandi bandoneonisti che il tango ricordi e al di là di questo o quell’elemento tecnico specifico,

…c’è una cosa particolare riguardo Troilo: bastava che suonasse una sola nota per perforarti il cuore
(intervista al bandoneonista Pascual Mamone)

Il centro dell’ispirazione

Riassumendo, l’Orquestra di Troilo vede emergere e maturare una perizia tecnica ed un equilibrio formale fra le varie sezioni strumentali con intenti fortemente espressivi, dando l’avvio ad una nuova modalità di orchestrazione che caratterizzerà tanta parte delle formazioni degli anni ’40. Tuttavia, il discorso rimarrebbe monco se non si mettesse più in luce l’elemento centrale e fondante della sua poetica musicale, ovvero ciò che diede il senso estetico dell’approccio musicale di Pichuco.

Orquesta Anibal Troilo Pichuco (1939)

Come può evincere l’ascoltatore avvertito, e come le testimonianze dello stesso direttore e di chi ha lavorato con lui confermano, al fondo della sua ispirazione vi fu la passione verso storie e situazioni che fossero il paradigma di un sentimento doloroso del vivere.
 La spinta verso quella musica era insomma aderente ad una sensibilità volta a cogliere la precarietà delle situazioni umane, la transitorietà dei rapporti, l’incertezza inaggirabile dell’esistenza. Forse la più ammirata qualità di Troilo sta proprio nel mirabile equilibrio con cui seppe travasare questo modo di sentire in un sistema musicale disciplinato e curato fin nei dettagli, sorvegliato costantemente da un senso della misura senza il quale sarebbe stato piuttosto facile far scadere tanta tensione espressiva e, potremmo dire, esistenziale, in uno sterile patetismo melodrammatico.
La sensibilità particolarmente pronunciata e l’attitudine naturale all’introspezione sono state spesso descritte da quanti lo conobbero; lo stesso atteggiamento del corpo che ci rimandano i vecchi filmati, lontano dai cliché sopra le righe del tanguero, quel socchiudere spesso gli occhi mentre suonava e di cui non seppe dare una ragione sono immagini care agli appassionati. Il poeta Alberto Mosquera Montana ricorda che

Troilo era un uomo molto, molto dolce. Non era solo una posa il socchiudere gli occhi: era la meditazione, una meditazione non esibita, aveva un intero mondo musicale dentro di sè. Non aveva i comportamenti del tipico uomo di tango, si muoveva appena; si alzava, salutava, poi si sedeva ancora, e prendeva il suo bandoneon, sistemandolo sulle ginocchia. E poi suonava…

Musica, canto y letra

Nell’ambito di queste tematiche, a metà tra ragioni musicali e ragioni emotive, si chiarisce uno degli elementi di maggior rilievo nella cornice estetica appena tratteggiata. Non può sfuggire, infatti, il costante e stretto rapporto tra musica, canto e letras lungo tutta la sua evoluzione orchestrale. Il rapporto con poeti come Homero Manzi,  José María Contursi, Enrique Cadicamo, Homero Exposito, Enrique Santos Discepolo fornì il nutrimento verbale alla sua tensione artistico espressiva, grazie alla verità distillata dalla penna del poeta che è capace di farsi ispirazione e quindi musica. La poetica musicale di Troilo utilizzo grandemente le parole di questi autori non al fine di creare una musica descrittiva e furbescamente volta a commuovere il pubblico; come s’è già detto, il brandello di vita che per lui diventa ispirazione è lo stesso di tanti testi di tango, che nel breve svolgersi del brano divengono loro stessi musica, evocando non solo ciò che le parole significano, ma il modo stesso dell’orchestra di introdurle ed accompagnarle. In altri termini, il pathos dei parolieri di tango diventano traccia e musica dietro alla musica di cui Troilo si incarica di ricamare la trama.

Pa’ que Bailen los Muchachos, Orquesta Tipica Anibal Troilo, 1942

In questo contesto il ruolo del canto diventa fondamentale. Come si è avuto già modo di rilevare, a cavallo tra anni ’30 ed ani ’40 il cantante di tango vero e proprio non esisteva, essendo relegato all’esecuzione dei estribillos, oppure al ruolo di canto national, con modalità strumentali e repertorio distanti da quelli dell’Orquesta Tipica. L’esigenza poetica di Troilo contribuì quindi al tramonto dell’epoca degli estribillistas, a tutto vantaggio di un cantante che, interpretando l’interezza della letra del tango, smetteva di essere un estraneo rispetto al corpo orchestrale per diventarne un effettivo componente.
Francisco Fiorentino

Torna utile ricordare che la decade dei ’40 ha rappresentato una situazione musicalmente eccezionale per l’orchestra di tango. La qualità dei testi e degli interpreti, insieme al giusto e paritario rapporto tra il cantante e le altre sezioni orchestrali consentirono la migliore espressione che il ruolo della voce abbia avuto. Non si trovano cioè gli eccessi e a volte il cattivo gusto con cui alcuni cantores solistas dei decenni successivi asservirono del tutto le orchestre alle proprie esigenze, arrochendone significativamente le qualità musicali.
L’orquestra di Troilo rappresentò uno dei picchi più ammirati di questo incontro tra grandi composizioni musicali, testi di qualità, importanti interpretazioni sonore e finissima capacità d’arrangiamento, il tutto temperato da un raro gusto e, come abbiamo visto, determinato da una conduzione emozionale.
La splendida En Este Tarde Gris, di cui ci occuperemo a breve, è specchio esemplare di questa attitudine espressiva, così come Troilo la dipinse nel primo periodo della sua Orquesta.