…una delle opere d’arte del nostro tango che perdurerà per sempre
Julio De Caro


Parlare di Recuerdo significa accostarsi all’opera di Osvaldo Pugliese, da molti considerato il musicista più importante nella storia del tango classico, tramite uno dei suoi brani più celebri e di maggiore influenza, nonché quello che vanta il maggior numero di interpretazioni. Le ragioni per cui Recuerdo è considerato una capolavoro assoluto risultano evidenti fin da primo ascolto: l’eccezionalmente ispirata linea melodica, il lavoro di contrappunto che intarsia la trama ritmica, la sua stessa innovativa struttura lo impongono quale modello insostituibile della più preziosa tradizione strumentale tanghera. Il poeta e scrittore Horacio Ferrer si spinge a tracciare un confine tra il mestiere del musicista di tango prima e dopo la pubblicazione di quest’opera. Se poi si riguarda a questo brano attraverso le lente dell’epoca in cui apparve, corre l’obbligo di sottolineare come Recuerdo si imponga all’attenzione dell’appassionato non soltanto da un punto di vista esclusivamente estetico, ma anche per l’importante apertura prospettica che rappresentò in ambito compositivo.

La composizione  e la pubblicazione

Come riportano le fonti più qualificate, la genesi del brano fu piuttosto particolare, e vale la pena di raccontarne qualche dettaglio.
Al riguardo, il lato meno appassionante è forse quello relativo alla dubbia paternità dell’autore, una questione che nel tempo ha prodotto numerose ricerche più o meno documentate. La pubblicazione dello spartito di Recuerdo, infatti, avvenne nel 1924 a nome del padre di Osvaldo, Adolfo Pugliese, modesto operaio e flautista dilettante, che si esibiva nei caffè di Villa Crespo insieme ai vari conjunctos (per lo più quartetti) che animavano il suo barrio a cavallo tra gli anni ’10 e gli anni ’20. Il fatto che questa pubblicazione porti il nome di Pugliese padre è all’origine delle non poche discussioni cui si è accennato, peraltro assai articolate ma con risultati perlopiù dubbi, laddove non contraddittori.

Lo stesso Osvaldo Pugliese ebbe modo di dire che la pubblicazione a nome del padre fu un fatto legato alle circostanze del momento.

In quel periodo mio padre attraversava un difficile momento professionale: lui era flautista e i quartetti della Guardia Vieja andavano abbandonando il flauto a vantaggio del gruppo composto da chitarra, bandoneón, violino e pianoforte. In breve si trovò senza lavoro, ed allora se ne inventò un altro: il commerciante di musica. Comprava partiture musicali e le rivendeva.[…] Una sera quando i miei genitori mi chiesero di suonare ancora una volta il tango “quello” , come ormai lo chiamavano loro, papà mi propose di pubblicarlo. Va bene, risposi, pubblicalo a tuo nome, […] gli risposi in quel momento. Mio padre lo pubblicò e […] lo fece con il suo nome.

Se pure si volesse porre attenzione al confronto tra le differenti opinioni alternatesi negli anni a seguire, pare difficile non ritenere definitiva l’osservazione che Luis Adolfo Sierra ebbe a scrivere nella sua Historia del Tango (Tomo 14), quando ricorda che

per quanto riguarda l’errore in relazione all’apparizione nelle prime edizioni del tango “Recuerdo” del nome di Adolfo Pugliese come autore del lavoro bisogna capire che si trattava semplicemente di una misura cautelare da parte dell’editore e del padre di Osvaldo Pugliese, data la sua minore età (aveva solo 19 anni), in un momento storico in cui non esisteva la la tutela giuridica dei diritti di proprietà intellettuale.

Da sottoscrivere è la conclusione:

… nessuno in buona fede, si chiede chi sia il vero autore

Più interessanti sono invece i vivi ricordi dello stesso Osvaldo Pugliese circa la gestazione e composizione del brano, avvenute in giovanissima età.

Ero un giovane […] anche un po’ grassottello, quanto potevo avere … 14, 15 anni ? Prendevo il tram numero 96 tutti i giorni, tra Rivera e Canning per andare al Café la Chancha dove suonavo per qualche soldo. Proprio lì, su un tram, con lo sferragliare assordante, mi venne la prima idea. Tornato a casa portai direttamente sul pianoforte la musica che avevo in testa, perché non sapevo ancora scrivere le note.
[…] A mio padre e ai miei fratelli piaceva molto quel tema, e quando stavo studiando seduto davanti al pianoforte venivano e mi dicevano: suona quello […] quel tango era Recuerdo.

Il tempo in cui comparve la prima idea del suo capolavoro viene quindi situato da Pugliese attorno al 1919/20, anni in cui la Guardia Vieja dettava legge in termini di ritmo ed arrangiamento, secondo i canoni di una musica con pulsazione continua e struttura armonica senza troppe pretese.
Come vedremo, già questa prima parte di Recuerdo, che come dice l’autore non aveva ancora un titolo e che veniva chiamato familiarmente ‘quello‘, consente di apprezzare il valore di un approccio musicale inusitato per i tempi. Fin dal suo incipit, che sappaimo essere rimasto invariato fin da questa prima stesura, il lavoro pare anticipare significativamente l’avvento della Guardia Nueva decareana, se non addirittura scavalcarla qualitativamente quanto a fecondità armonica e melodica.

Bisogna annotare che il giovane Pugliese era già in possesso di una buona cultura musicale, trasmessagli dal padre e dai due fratelli musicisti, ma anche strutturata fin da bambino dallo studio del violino. Quando il padre Adolfo riuscirà ad acquistare un pianoforte per il figlio, che aveva mostrato inclinazione particolare per questo strumento, Pugliese iniziò, quattordicenne, a prendere lezioni dal maestro Vicente Scaramuzza. Un anno dopo cominciò a suonare in un trio, e di lì a breve alternerà le serate nei locali della sua città con l’Orquesta della bandoneonista Francisca “Paquita” Bernardo alle ore di studio alla tastiera. Gli strumenti adeguati all’espressione del suo eccezionale talento gli furono infine forniti dalla preparazione teorica acquisita presso il Conservatorio di Villa Crespo, che Pugliese cominciò a frequentare nel 1919.
A distanza di qualche anno dalla prima bozza di Recuerdo, il brano fu terminato con gli stessi caratteri di occasionalità improvvisa che l’avevano generato. È lo stesso Pugliese a raccontarlo.

La seconda parte di Recuerdo la composi due o tre anni dopo, all’improvviso, mentre camminavo in Calle Acevedo. Uno compone un motivo, lo abbandona, e dopo un pò lo riprende, e così lo smussa, lo migliora, lo trasforma in qualcosa che gli piaccia veramente. Lo ultimai nel ’24, nel periodo in cui studiavo molto il piano, sette otto ore al giorno.

Le prime incisioni

Recuerdo era così compiuto, e fin dalle prime esecuzioni nei caffè riscosse un immediato interesse da parte del pubblico. Ancora Pugliese ricostruisce i primi passi del suo brano nell’ambiente tanghero, da quando il padre affidò la partitura ad un cugino della moglie, Juan Brava.

Pedro Laurenz Orquesta con Pugliese al pianoforte 

Juan Brava, che suonava con un trio ed un quartetto, fu il primo ad eseguire in pubblico Recuerdo, presso  il café Mitre. E da quel momento cominciarono a parlare del mio tango. In quel periodo suonavo nel café ABC di Villa Crespo a Buenos Aires, con Enrique Pollet, detto ‘El Francesito’, con Herminio Macchiano, un ragazzo al quale mancavano entrambe le gambe, al bandoneón, e con un altro ragazzo, Terragna, al violino. Proprio in quel posto Pedro Laurenz, amico di Pollet, lo ascoltò e decise di portarlo all’orchestra di Julio De Caro, di cui era bandoneonista.

Fu quindi Laurenz a chiedere uno spartito manoscritto a Pugliese ed a portarlo a Julio De Caro, che ne rimase entusiasta. Molti anni dopolo stesso De Caro avrebbe detto che

Recuerdo  è una pietra miliare nella composizione del Tango, col suo imprevisto svolgimento melodico, con i suoi colori del suono, con l’abilità dei cambi di tonalità, gli arpeggi opportuni e l’originalità della sua variazione. Insomma un’opera d’arte del nostro Tango che perdurerà per sempre.

La prima registrazione di Recuerdo si deve al suo Sexteto Tipico, che lo incise il 9 dicembre del 1926. Fin da questa prima uscita su disco il brano si impose per la sua forza espressiva e per la portata innovativa delle scelte stilistiche che ne avevano presieduto la composizione, ma anche in ragione di un’interpretazione rimasta classica.

Recuerdo, Sexteto Tipico Julio De Caro, 1926


La versione di De Caro, un perfetto esempio del suo stile interpretativo, rileva appieno il carattere d’avanguardia, per l’epoca, del brano di Pugliese: in prima battuta da un punto di vista estetico, grazie alle capacità di arrangiamento del suo Sexteto. Non a caso l’orchestrazione di De Caro fu mutuata da molti altri interpreti di Recuerdo, nonché dallo stesso Pugliese quando lo incise nel 1944.

Il carattere innovativo del brano salta facilmente all’orecchio affiancandogli le incisioni che nella stessa epoca andavano realizzando i più celebrati esponenti della guardia vieja: il chiaroscuro espressivo, quasi del tutto trascurabile nelle esecuzioni dei contemporanei, acquista qui un’importanza rilevantissima; la modulazione armonica, il contrappunto e il sapiente controllo dei tempi risultano del tutto nuovi nel panorama musicale del periodo.

Si prenda ad esempio un altro brano inciso nel 1926, Sentimento Gaucho dell’Orquestra di Francisco Canaro, quale buon esempio delle consuetudini musicali in voga in quegli anni.

Sentimiento Gaucho, Orquesta Francisco Canaro, 1926

È soprattutto nel colore del suono che  i due brani si differenziano, ovvero in ciò in cui consiste la qualità stessa della musica. Il rilievo quasi assente nell’esecuzione di Canaro, preoccupato più della scansione del tempo e dell’esposizione ‘orizzontale’ della melodia, è invece evidentissimo in Recuerdo. Di più, è proprio l’intento dell’autore, perfettamente accolta dall’arrangiamento decareano, a rivelarsi decisamente differente: il timbro, i modi d’attacco, le variazioni dinamiche, le accentuazioni, la stessa articolazione della melodia connotano azioni, suggeriscono intenzioni, ovvero propongono un atteggiamento di raffinatezza psicologica e sentimentale praticamente assente in Sentimiento Gaucho.

Oltre alle considerazioni musicali, è da segnalare il grande successo che questa prima incisione riscosse presso il pubblico. Le cronache dell’epoca riportano che nei locali dotati di grammofono il Recuerdo inciso da De Caro fosse reclamato più volte durante la serata, a conferma della rara qualità di saper realizzare opere artisticamente formidabili ed al contempo amatissime dal pubblico delle milonghe, qualità che tutti gli appassionati riconoscono a Pugliese. Recuerdo rappresentò da subito, quindi, il modello di un nuovo tango strumentale ricchissimo sia per i musicisti che per i ballerini.
Quella di De Caro fu solo la prima di numerosissime interpretazioni di Recuerdo. Hugo Di Carlo, l’Orquesta Típica Víctor, Eduardo Bianco fecero seguire le proprie versioni negli anni immediatamente successivi a quella di De Caro; in breve i musicisti che si  cimentarono con il brano di Pugliese divennero numerosi, Francisco Lomuto, Anibal Troilo, Ricardo TanturiDomingo FedericoHoracio Salgán tra gli altri. Recuerdo continuò e continua ad affascinare i musicisti di tango, che vi si sono avvicinati quasi sempre con il rispetto ed il talento che esige una delle opere fondamentali della propria musica. Ascoltiamo, tra le tante, l’interessante versione di Ricardo Tanturi.

 Recuerdo, Orquesta Ricardo Tanturi, 1942

 Qualche tempo dopo la pubblicazione, Eduardo Moreno scrisse un testo per Recuerdo. A onor del vero, fornire questo tango di una parte cantata pare del tutto superfluo, in primo luogo perché nulla aggiunge alla sua mirabile forma strumentale, e poi perché il letrista non fornì gran prova delle sue doti di poeta in questa occasione. Tuttavia rimangono alcune versioni cantate di Recuerdo, tra le quali una incisa dallo stesso Pugliese con Jorge Maciel alla voce nel 1966.

La struttura melodica di Recuerdo

  
Da un punto di vista generale, un tratto vistoso dell’impianto melodico di Recuerdo risiede nel suo essere poco scontato, poco prevedibile, specie se affiancato a quasi tutta la produzione tanghera coeva. In qualche modo si può dire che il brano si dipani in una forma più ‘narrativa’ che di immediata ballabilità, volto com’è a raccontare un insieme di sensazioni in chiaroscuro. L’incipit del discorso musicale, cui si dedica il celebre tema delle prime sedici battute, presenta l’imprevisto svolgimento melodico che caratterizza Recuerdo.

Come detto, il brano si conferma fin dal suo principare quale atto di rottura rispetto ai canoni musicali del tango degli anni ’20, dedito più alla scansione asciutta ed alla semplicità dell’esposizione musicale che a sfumature espressive di rilievo. In queste prime frasi Pugliese varia sapientemente le tonalità, alternando pause, rallentamenti e accelerazioni su una solida struttura ritmica di base, punteggiata di sincopi, ‘raccontando’ il primo tema del brano attraverso una suggestione melodica di grande impatto affidata ai violini.
Le successive sedici battute realizzano un tema diverso, ritmicamente più morbido, sviluppato nel registro centrale, a metà strada tra la regione bassa presidiata dal contrabbasso e dalla mano sinistra del pianoforte e la regione acuta, affidata ai bandoneones. Quest’ultimo strato sonoro è particolarmente interessante, sviluppando raffinatissimi arpeggi a due voci alternati a frammenti melodici che disegnano il contrappunto alla melodia principale. 

Il risultato di questo incastro è di gran fascino, anche per la sensazione piuttosto ‘da improvvisazione’ che gli elementi di contrappunto donano all’ascoltatore. In qualche modo si potrebbe dire che gli elementi acuti posti ad ornare la melodia di questo secondo tema paiono dare l’impressione di essere casuali, non studiati; in realtà sono parte integrante ed essenziale al fluire melodico: pare difficile immaginare questa seconda parte senza le felici articolazioni delle due voci sui toni alti. Tant’è vero che tutti gli interpreti di Recuerdo li hanno rispettati quasi fedelmente, affidandoli, come fece Pugliese stesso, ai bandoneones.

La conclusione del brano viene affidata ad un terzo tratto melodico, quello del trio (come viene indicato in fondo alla stessa partitura), ovvero ad una sezione assai ritmica realizzata da tre voci di bandoneon. In particolare, si noti (nella versione incisa dall’autore), le belle variazioni eseguite sulla ripetizione di questo terzo tema, ancora una volta di ottima fattura armonica e di grande impatto espressivo. Come si può facilmente appurare, quella appena esposta è una struttura assai inusuale nel tango degli anni ’20, e non soltanto per l’atmosfera e la profondità, diremmo oggi, che riesce a comunicare all’ascoltatore. 

 Rimanendo ancora un momento sul tema delle fasi melodiche del brano, infatti, è da notare come il primo tema, quello d’apertura affidato ai violini, non viene ripetuto, come era consuetudine nel tango, ma invece proprosto una sola volta lungo le prime sedici battute. La seconda parte, col suo tema delicato ed elegante, si stacca pittosto decisamente (ed inusualmente) dalla prima, producendosi in un ambito più meditativo nonché assai cantabile. 
Tuttavia pare essere questa la sezione del brano più gravida di frutti per il futuro della musica bonaerense, grazie a quella sorta di dialogo tra la melodia principale ed i bandoneones di cui s’è detto, e che spicca per la coloritura sonora e la qualità delle variazioni. Infine, il brano va a chiudersi con le due frasi eseguite in trio, come detto, ma, ancora in modo non comune, composte da dieci battute l’una. Si aggiunga ancora che l’incalzante variazione finale dei bandoneones non era affatto in uso nei tanghi dell’epoca.

Pugliese con i suoi bandoneonisti alla fine degli anni ’40
Da queste rapide osservazioni può apparire più chiaro il senso di stacco innovativo che Recuerdo produsse nei suoi primi ascoltatori. È oltremodo significativo che Astor Piazzolla, quanto mai avaro di apprezzamenti di maniera, si sia riferito al tango dell’amico Pugliese affermando che

…ascoltando Recuerdo non c’è alcun dubbio che basterebbe qualche piccolo trucco per trasformarlo in tango d’avanguardia

Le ragioni che presidiarono a questo modo nuovo di intendere la composizione tanghera furono diverse, e tra esse sicuramente pesò la competenza tecnica e teorica del giovane pianista (alcuni accostarono il primo tema a reminiscenze schumaniane, altri ravvisarono nel crescendo finale la lezione di Rossini). Tuttavia quel che in questa realizzazione pare di tutta evidenza è soprattutto un talento musicale che sta prima e oltre la tecnica compositiva, ovvero quella straordinaria capacità di tradurre in musica la ricchezza interiore che accompagnerà Pugliese sino all’ultimo arrangiamento della sua vita.

Pugliese interpretato da Pugliese

Pugliese nell’Orquesta di Pedro Maffia

L’autore di Recuerdo incise la prima versione di questo tango vent’anni dopo averlo composto.  L’11 agosto del 1939 l’Orquesta Típica Pugliese aveva debuttato al cafè El Nacional, apportando nell’ambiente tanghero un originalissimo tenore interpretativo. La costituzione di una propria Orquesta finalizzava un percorso ormai più che ventennale, che aveva portato il pianista, dopo le prime esperienze in trio e con l’Orquesta di Francisca Bernardo, a suonare per Pedro Maffia, poi con il violinista Elvino Vardaro nel Sexteto che portò il loro nome, e quindi come strumentista accanto a nomi che sarebbero divenuti leggendari, come Pedro Laurenz, Miguel Calò ed Anibal Troilo, nonchè formando un formidabile duetto col violino di Alfredo Gobbi. Pur essendo apprezzatissimo dai musicisti, quindi, Pugliese rimase sconosciuto al grande pubblico fino al 1939.

 L’Orquesta che attraverso differenti formazioni accompagnò Pugliese per tutta la vita, si affermò come una delle più importanti di tutti i tempi. Avvalendosi di Osvaldo Ruggiero come primo bandoneon, Enrique Camerano al primo violino e Aniceto Rossi al contrabbasso, l’Orquesta espresse fin dall’esordio nella cifra del tempo rubato e della sincope una particolarissima marcazione ritmica. Il debutto discografico avvene nel luglio del 1943, quando furono incisi Farol e El Rodeo. 

Farol, Orquesta Osvaldo Pugliese, canta Roberto Chanel, 1943

Fin dai primi documenti sonori, lo stile dell’Orquesta di Pugliese si afferma nel suo suono inconfondibile. A partire dalla lezione decareana, lo stile di Pugliese fa larghissimo utilizzo della sincope, nonché della tecnica del rubato che, in particolare negli assoli dei bandoneónes, conferiscono all’esecuzione un effetto drammatico particolarissimo tenendo la nota leggermente più a lungo del previsto.

 Flor de Tango, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1945

Come è stato ampiamente osservato, il modo di suonare di Pugliese unisce una perfetta ballabilità ad una struttura armonica di particolare e raffinata complessità. Accanto al gusto melodico, di cui Recuerdo è un esempio palmare, è inevitabile accennare alla caratteristica strutturazione ritmica ed armonica delle sue composizione e dei suoi arrangiamenti, un modo di suonare il tango tramite cui gli elementi del linguaggio musicali non paiono mai semplicemente sovrapposti o affiancati, esprimendo piuttosto un senso di straordinario equilibrio ed al contempo di grande forza espressiva.

Orquesta Osvaldo Pugliese (anni ’50)

Nell’interpretazione di Pugliese un elemento ritmico non è mai soltanto tale, ma assume quasi una valenza melodica, così come le strutture armoniche giocano al servizio dell’impianto ritmico. L’accentuazione della sua Orquesta si realizza infatti in una stratificazione di strutture sonore, determinando un sottile meccanismo in cui le differenti sezioni strumentali intarsiano la musica tramite una varietà di stili ed effetti espressivi.
Queste trame sonore, sempre di grande effetto ed eleganza, si dipanano su una traccia ritmica, o meglio poliritmica, ben nota agli appassionati, che vede il primo ed il terzo tempo delle battute pesantemente sottolineate a scapito del secondo e quarto tempo, attenuati ed affidati perlopiù alla parte bassa della tastiera del pianoforte ed al contrabbasso. È il celebre effetto ‘yum-ba’, come lo stesso direttore chiamò l’aspetto saliente della sua ritmica strumentale. Sebbene De Caro e Di Sarli, con differenti posture espressive, avessero già introdotto una forte marca sul primo e sul terzo tempo, Pugliese portò all’estremo questo tipo di accentuazione, introducendo un arrastre previo che fornisce la sensazione di un ‘trascinamento’ due volte ogni battuta.
L’archetipo più limpido di questa impostazione lo si trova certamente ne La Yumba, ma Pugliese vi rimase fedele lungo tutta la sua attività, tanto che si potrebbe scegliere una qualsiasi delle sue centinaia di interpretazioni  per averne plastica evidenza.

Quejumbroso, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1959

Nell’ambito di questa breve disamina stilistica, che dovrà essere ripresa ed approfondita altrove, è necessario almeno menzionare la maestria con cui Pugliese riesce ad accelerare e rallentare il tempo d’esecuzione (slargando e slentando); l’ascoltatore ricava l’impressione che la musica suoni uno spartito su cui le note non sono segnate tutte alla stessa maniera, ma che debordino un pò prima, e a volte un pò dopo, il loro punto di attacco, quasi avessero raccolto in maniera differente l’inchiostro dello stilo del musicista. Sono davvero molti quelli che guardano al risultato di questo lavoro come ad un’espressività senza pari nella storia del tango. In qualche modo si può dire che nella musica di Pugliese composizione, arrangiamento e interpretazione orchestrale paiono fondersi in una sola entità, tanto da rendersi indistingubili; e tuttavia lasciando la massima libertà interpretativa alle distinte voci dell’orchestra, di cui anzi si impreziosisce ogni adattamento strumentale.

La Beba, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1972

Ora, l’interpretazione di Recuerdo del 1944, la prima delle quattro che Pugliese ci ha lasciato, esplicita questi elementi stilistici, che abbiamo visto essere costanti nel lavoro del pianista e direttore. In particolare, ci troviamo nel caso in cui la cifra di Pugliese si intreccia all’eccezionalità melodica della sua composizione giovanile.

Recuerdo, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1944


Pur tenendo conto del grande valore musicale di molti suoi interpreti, nelle esecuzioni del suo autore il brano estrinseca nella maniera più chiara la sua ricchezza, proprio per quell’ineguagliata capacità di tenere vicinissime, fuse insieme si potrebbe dire, le esigenze di accentuazione ritmica e il raffinato apparato di elementi espressivi di cui s’è detto.

Pur non approfondendo qui le tematiche dell’interpretazione e degli arrangiamenti, che nel caso di Pugliese rivestono un’importanza ed un interesse massimi, è bene additare l’eccezionale capacità che il suo stile ha nel rivelare la valenza sentimentale dei brani interpretati, attraverso un’amplificazione dell’accento drammatico che non scade mai in melodramma né utilizza espedienti facilmente patetici. E questo vale a maggior ragione per i brani di sua composizione, tutti invariabilmente di eccellente qualità, e quindi anche per Recuerdo.

Oltre ai tratti legati all’aspetto tecnico del brano di cui s’è detto, ed al di là del valore intrinseco dell’invenzione rappresentata da Recuerdo, pare in ultimo interessante notare il ‘taglio’ di arrangiamento che Pugliese ha voluto dare del suo brano. Come l’ascoltatore ha potuto notare, la versione del 1926 di Julio De Caro si struttura nel ripetere due volte le tre sezioni del brano, secondo uno schema

primo tema – secondo tema – terzo tema – primo tema – secondo tema – terzo tema

La versione di Pugliese del 1944 articola in maniera diverse le fasi, ripetendo solo il primo ed il secondo tema, e poi chiudendo con il trio, secondo lo schema


primo tema – secondo tema – primo tema – secondo tema – terzo tema

Questa scelta pare più vicina agli intendimenti del tango, e la maggior brevità restituisce forse all’ascoltatore un senso di fugacità che ben si attaglia con le intenzioni espressive più profonde del brano. Seppure queste considerazioni possano per loro natura essere determinate più dalla soggettività dell’ascoltatore che da elementi oggettivi, rimane vero che gli arrangiamenti che l’autore realizzò negli anni non smentirono la sua prima realizzazione.

E l’ultima versione rimastaci, modificata nella struttura per offrire una volta sola ogni tratto melodico al pubblico, pare rafforzare questi sentimenti. L’esecuzione è quella che l’ottantaquattrenne Pugliese realizzò dal vivo in un memorabile concerto ad Amsterdam del 1989.
Essa pare segnare il culmine estetico e stilistico del pianista nell’eseguire il suo ormai remoto primo successo.

In questo suo ultimo ed appassionato arrangiamento di Recuerdo Pugliese, in luogo della ripetizione delle due prime parti, introdusse una sospensione quasi totale, giusto prima dell’ultima frase finale, un quasi silenzio abitato solo dal richiamarsi in pianissimo dei violini e del pianoforte su un’unica nota ribattuta. Un piccolo capolavoro nel capolavoro, tra gli ultimi e più emozionanti regali di un grande artista.


Recuerdo, Orquesta Osvaldo Pugliese, en concierto 1989

Il tango ai tempi di Mala Junta

I primi anni ’20 videro l’imporsi della figura di Julio De Caro e della sua opera di sicura discontinuità stilistica rispetto all’ambiente musicale allora in voga. In quell’epoca il tango si riconosceva in schemi caratterizzati da una concezione musicale e da una realizzazione strumentale assai semplici, come tanta parte dei documenti sonori rimastici consente facilmente di dimostrare.

Naturalmente gli anni in cui De Caro andò formandosi come musicista – il suo primo impegnò fu come integrante nell’orchestra di Edoardo Arolas nel 1920 – non erano più quelli del pionierismo a cavallo dei primi anni del secolo, giacché le esecuzioni avevano lasciato la strada per approdare nelle sale dedicate ed i conjunctos composti da strumenti facilmente trasportabili avevano da tempo lasciato il posto all’Orquestra Tipica. L’introduzione del contrabbasso e del cantante, per merito di Roberto Firpo e Francisco Canaro, erano andati definendo la forma precisa di quel suono che ancora oggi viene apprezzato da molti appassionati.
Tuttavia l’opera di De Caro rappresenta un discrimine nella storia del tango, vuoi per ragioni prettamente legate alla competenza musicale del direttore e dei suoi musicisti, vuoi per una capacità espressiva lontana da quella delle orchestre coeve al suo celebrato Sexteto Julio De Caro.

La preparazione di De Caro, originata da studi regolari presso il Conservatorio e poi cresciuta negli anni giovanili accanto a musicisti di sicuro spirito innovativo, come Eduardo Arolas, Juan Carlos Cobian, Enrique Delfino e Osvaldo Fresedo, venne dispiegandosi completamente quando fondò un’orchestra composta da musicisti di pari livello tecnico, capacità ed inventiva. In ragione di queste particolarità, De Caro e la escuela che a lui fece riferimento furono da subito riconosciuti come nuovo inizio del tango, portatore fecondo di tendenze evoluzioniste cui tanta parte dei musicisti che seguirono nel tempo guardò con riconoscenza.
È proprio a questa rottura che si deve la definizione di guardia vieja in riferimento al tradizionalismo di cui era intrisa tanta parte della musica contemporanea a De Caro, e, dall’altro lato, l’assorbimento della sua inventiva e del suo modo di ricercare una vieppiù maggiore ricchezza musicale fece riconoscere molti artisti in quell’altra guardia che, da allora, si usa definire nueva.

Uno dei brani più famosi di De Caro, Mala Junta, esprime perfettamente lo spirito, nuovo per l’epoca, di intendere il tango. Al tempo in cui fu composta, il violinista e direttore era già un musicista di fama. L’incisione avvenne il 13 settembre del 1927, quando il suo Sexteto era appena tornato in patria dopo una serie di celebrate serate al Copacabana Palace di Rio de Janeiro. In quell’occasione De Caro aveva presentato il brano Terra Querida, per tanti versi assai vicino a Mala Junta, che invece venne eseguita probabilmente per la prima volta il 15 settembre in un’esibizione nel cinema Select Lavalle.

Struttura

Il pezzo è firmato da Julio De Caro e da un giovane Pedro Laurenz, all’epoca bandoneonista del Sexteto. Seppure all’epoca fosse molto giovane, Laurenz aveva saputo legare molto bene con il primo bandoneonista dell’orchestra, quel Pedro Maffia ancora oggi considerato in una luce quasi mitologica; ma soprattutto aveva saputo supportare il talento di De Caro sia dal punto di vista degli arrangiamenti che dal punto di vista compositivo. Ne è un esempio Orgullo criollo, dove il virtuosismo del violino di De Caro intrecciato al bandoneón di Laurenz pare anticipare la realizzazione di Mala Junta.

L’apertura di Mala Junta è affidata ad una melodia fischiettata in due tempi, e ad un semplice accompagnamento di pianoforte, e già questo incipit appare interessante. Il tango, con le sue caratteristiche inconfondibili, deve ancora arrivare, non ci sono sincopi, non compare il bandoneón; si respira piuttosto un’atmosfera di strada, con voci, risate e fischi, che funge un pò teatralmente come introduzione al pezzo vero e proprio. Ciò denuncia anche strutturalmente la distanza della musica di De Caro con l’impostazione tipica della guardia vieja, una rottura che ad alcune orecchie del versante tradizionalista sarà parso fin provocatorio.

Eppure è con il sopraggiungere del bandoneón che il brano dispiega quella forza e quel talento che ha indotto praticamente tutte le grandi orchestre a porre questo tango nel repertorio. Laurenz infatti ricama un contrappunto in sedicesimi su un accompagnamento orchestrale sincopato di grande effetto, con un colore che oggi definiremmo classico. La tecnica è sicura, il suono energico e brillante, l’effetto è ballabile ma anche musicalmente pregevole. La struttura del pezzo si articola nel passaggio tra questa parte ritmica ed una parte melodica dove, successivamente al prezioso intreccio tra il frizzante bandoneón di Laurenz e quello più misurato e malinconico di Maffia, si mette in luce il virtuoso violino di De Caro.

La velocità è ben dosata dai musicisti, con alcune ricercatezze ritmiche che danno l’impressione di abbandonare il normale tempo in due quarti. Bisogna annotare che la sezione ritmica svolge un ruolo anche melodico un pò in tutta l’esecuzione, con i violini comunque rigorosi nel segnalare i quarti delle battute, ed infine una quadratura certa identificata al termine di ogni sezione: la caratteristica cadenza perfetta del tango, le due note che ribadendo dominante e tonica fungono da segnale di chiusura.

Il finale del brano è un’esaltazione del vituosismo dei bandoneonisti, che intrecciano veloci variazioni di grande effetto con il violino di De Caro impegnato ad eseguire il controcanto. Si noti, in chiusura, il rallentamento ed infine la sospensione ritmica tra le ultime due note, una cadenza che diventerà la firma di altri musicisti, come Calò, Tanturi, Maderna, e soprattutto Pugliese.

Julio De Caro registrò altre due versione di Mala Junta, nel 1949 e nel 1953. Ecco l’interpretazione del 1927.

Mala Junta, Sexteto Julio De Caro, 1927

Pedro Laurenz reinterpretò Mala Junta in una scintillante versione con la sua Orquestra Tipica, nel 1947.

Mala Junta, Pedro Laurenz y Su Orquestra Tipica, 1947

Tra le altre interpretazioni che la storia del tango ci ha lasciato, proponiamo quella che Osvaldo Pugliese, grande ammiratore di De Caro, registrò negli anni ’50 vestendola del suo stile inconfondibile.

Mala Junta, Orquestra Osvaldo Pugliese, 1953

Un paradigma per la guardia nueva

Al netto delle osservazioni prettamente tecniche, che pure sono importanti nel definire quanto sostanziale sia lo spartiacque rappresentato da questo musicista con il tango che l’aveva preceduto, è bene sottolineare il colore e più in generale il suono che fanno di questo brano un esempio eminente dello stile di De Caro e più in generale un punto di snodo nella storia del tango.

Al sapore di Mala Junta contribuiscono in maniera fondamentale i bandoneonisti, diversi per temperamento e stile, come si è detto, ma il cui lavoro ben si armonizza nel risultato finale. Ciò che pare più importante a tal riguardo è che questo brano dimostra il raggiungimento della piena maturità del bandoneón nel tango: grazie alla capacità interpretativa e alla consapevolezza tecnica di Maffia e Laurenz, lo strumento principe delle orchestre si affranca definitivamente dal non raro dilettantismo del tango degli inizi.

Allargando lo sguardo sull’intera esecuzione, è notevole l’intento di far alternare le parte solistiche tra tutti gli strumenti. Oltre ai già citati bandoneón e violino, si evidenziano i lunghi passaggi a solo di pianoforte, suonato dal fratello di De Caro, Francisco. In particolare, si noti l’assolo condotto tutto nella parte alta della tastiera, che produce un effetto piuttosto curioso, quasi se a suonare fossero della campanelle o un carillion. In questo senso si riafferma quella commistione tra sentimento popolare e giocoso, di cui si era detto a proposito dell’introduzione ‘fischiata’, ed i canoni più ‘seri’ del tango, a sottolineare la natura di rottura di questo brano rispetto alla tradizione.

Quest’ultimo punto pare essere di particolare rilevanza nella caratterizzazione di Mala Junta; la parte giocosa viene ripetuta durante il brano, le risa emergono qua e là anche fuori da questa parte, la stessa nettezza dell’alternanza tra modo minore e modo maggiore lungo tutto il pezzo rafforza la sensazione di una classicità (tanguera, s’intende) che s’apre all’informale e che, comunque, allarga le maglie di certi stereotipi musicali e non solo che innegabilmente la guardia vieja recava con sé.

Un altro aspetto di sicuro interesse, specie per l’epoca, è la cura dinamica che Mala Junta esprime, con l’introduzione di frequenti cambi delle intensità sonore allo scopo di rendere il suono più ricco ed espressivo. A questo obiettivo contribuisce anche la già accennata e variegata inventiva ritmica, che consente di abbandonare la monotona scansione normale per episodi ricchi di accenti spostati e sincopi, ma anche tramite il rifiuto di quello che all’epoca era quasi un’ossessione, ovvero la marcazione di ogni tempo della battuta.

A onor del vero, l’elemento che appare un pò datato è proprio il violino del direttore. La moda dell’epoca indugiava spesso in portamenti, ovvero nello strisciare le dita sulla corda tra un tono e l’altro, il che genera il suono un pò miagolante tipico di alcuni ambiti di utilizzo di questo strumento. Seppure gli interventi di De Caro (e del suo secondo violinista) siano musicalmente assai apprezzabili, bisogna dire che questo stile abbonda nell’esecuzione del 1927, rendendo la parte solista del violino meno godibile di altre esecuzioni più moderne e articolate.

Una curiosità in relazione allo strumento di De Caro sta nel fatto che, per la prima volta, Mala Junta vede l’utilizzo non del classico violino ma del violin corneta, una variazione senza cassa acustica e con una vera e propria cornetta studiata da un tecnico della casa discografica Victor per poterne amplificare il suono, dandogli contestualmente un timbro piuttosto nasale ed alcune curiose possibilità d’effetto. Seppur utilizzato in alcune orchestre jazz dell’epoca, lo strumento non trovò ulteriore seguito nel tango.
In questo filmato della fine degli anni ’20 il Sexteto esegue Nostalgias con Julio De Caro al violin trombeta.

Roberto Alvarez è stato il primo bandoneon dell’orchestra di Osvaldo Pugliese dal 1978 al 1989. Nel 1990 creò l’orchestra Color Tango, che continua ad essere uno dei punti di riferimento del tango contemporaneo di qualità.

In un’intervista pubblicata su Tango y Tangueros di Silverio Valeriani (Ed. Mediterranee) Alvarez risponde ad una domanda sul ‘tango nuevo’ o ‘elettronico’, fornendo un’opinione inequovica che ci fa piacere riportare.

Nelle milonghe in Italia i disc-jockey propongono molti brani di tango nuevo e “tango elettronico”… Secondo te, ciò rappresenta un’evoluzione del tango?

Su questo tema mi farò sicuramente dei nemici perchè non amo la piega che ha preso il tango in questi ultimi tempi…
Quello che mi fa più male è che molti gruppi di tango elettronico siano formati da musicisti che provengono da altri generi e approfittano dell’attuale “tangomania” dilagante per guadagnare soldi. C’è tutta una generazione di giovani che si avvicina per la prima volta al tango ascoltando batterie, chitarre elettriche ed effetti
sonori creati dal computer; in questo modo c’è il rischio che ci si faccia un’idea sbagliata di quello che è il tango.

Ciò di cui questo genere non ha bisogno è proprio il ritmo perpetuo, martellante, che non lascia respirare. Il tango vive di un movimento tutto suo, fatto di rallentamenti, accellerandi, pause… non ha bisogno di una batteria che gli marchi ossessivamente il tempo!

Quindi non mi dichiaro a favore di queste nuove tendenze, anzi è triste sapere che anche gruppi formati da argentini, forse figli di chi il vero tango lo amava e lo suonava, seguano questa moda.
Altra cosa che mi infastidisce è vedere bravi ballerini argentini eseguire eseguire esibizioni sulla base di tanghi elettronici.

Io ho fede nel tango e mi auguro che questa sia solo una moda del momento; non voglio pensare che entusiasmerà i giovani tanto da poter durare più a lungo di… domani.