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L’Orquesta di Miguel Calò approdò alla giustamente celebrata decade degli anni quaranta nel pieno della sua maturità. Ne è testimonanza un disco fondamentale per i cultori del tango, Las Estrellas, dal soprannome del ‘conjunto’ che, a partire dal 1934, andò confermandosi via via come una delle orchestre più importanti della storia del tango. Pare piuttosto semplice comprenderne le ragioni scorrendo i musicisti che, negli anni, ne fecero parte: Miguel Nijensohn, Hector Stamponi, Domingo Federico, Armando Pontier, Enrique Mario Francini, Osmar Maderna, Carlos Lazzari, Eduardo Rovira.
Da un punto di vista musicale la produzione che si situa nella prima metà degli anni quaranta, e di cui queste incisioni rappresentano il migliore distillato, paiono il frutto compiuto dello stile di Calò. A partire dagli anni trenta, da uno stampo assimilabile alla tradizione del suo maestro Fresedo e ad un suono vicino a quello di Di Sarli, Calò andò integrando al tango più tradizionale la spinta di rinnovamento che si andò imponendo nei ’40. Il tutto molto morbidamente, senza giustapposizioni forzate, mantenendo costantemente una profondità d’interpretazione ed insieme un sicuro impianto ritmico, una combinazione che ancora oggi risulta d’immediato richiamo per i frequentatori della milonga.
Al compás del corazón è uno dei brani più noti della fase di cui stiamo parlando, e ha in sè tutti i tratti che l’hanno caratterizzata. Composto nel 1942 da Domingo Federico, all’epoca bandoneónista nell’orchestra di Calò, pare avere avuto un’origine curiosa che l’aneddotica, come per molti altri tanghi, ci riporta puntualmente.

Federico propose ai suoi compagni d’orchestra di suonare il nuovo pezzo, ottenendo l’apprezzamento dei musicisti ma anche lo scarso entusiasmo dei cantanti Raúl Berón e Alberto Podestá, tanto che Federico desistette dal convincerli a lavorarvi.
Tuttavia in occasione di una delle loro serate, ed in assenza del direttore Calò che come abitudine arrivava a spettacolo avviato, i musicisti improvvisarono Al compás del corazón. Alla voce si offrì Enríque Mario Francini, confezionando il debutto un pò ‘in sordina’ del nuovo brano, che il pubblico gradì e richiese durante lo spettacolo vero e proprio. Il direttore che ignaro ascoltò quel tango per la prima volta durante la riesecuzione improvvisata di quella sera, lo inserì immancabilmente nel suo repertorio.

Leggenda vuole che Federico, studente di medicina, si sia ispirato ai battiti del cuore di una rana per comporre questo brano. Durante un esperimento il professore di anatomia, applicando le teorie di Galvani, aveva fatto battere il cuore di una rana dissezionata grazie agli impulsi elettrici. Federico raccontò che proprio osservando ed ascoltando il ritmo di quel cuore che gli sovvenne il caratteristico ritmo di Al compás del corazón, e che anzi ogni volta che interpretava quel tango aveva davanti a sè l’immagine del cuore della rana.
Sia quel che sia, Homero Expósito, l’autore del testo, pare non conoscesse la fonte d’ispirazione di Federico; eppure riconobbe nel ritmo dato al tango la somiglianza con il battito di un cuore, tanto da scrivere versi molto ispirati e sentimentali proprio su un cuore che palpita.

Late un corazón,
déjalo latir…
Miente mi soñar,
déjame mentir…
Late un corazón
porque he de verte
nuevamente,
miente mi soñar
porque regresas lentamente.

Late un corazón…
me parece verte regresar con el adiós.
Y al volver gritarás tu horror,
el ayer, el dolor, la nostalgia,
pero al fin bajarás la voz
y atarás tu ansiedad de distancias.
Y sabrás por qué late un corazón
al decir… ¡Qué feliz!…
Y un compás, y un compás de amor
unirá para siempre el adiós.

Ya verás, amor,
qué feliz serás…
¿Oyes el compás?
Es el corazón.
Ya verás qué dulces
son las horas del regreso,
ya verás qué dulces los reproches y los besos.
Ya verás, amor,
qué felices horas al compás del corazón.

Al compás del corazón, Orquesta Miguel Calò, canta Raúl Berón, 1942

Al compás del corazón è un tango d’impronta classica ma che fa appieno tesoro, come si è detto accennando sullo stile del Calò anni quaranta, dell’insegnamento ritmico del darienzismo;

l’atmosfera resa dal brano è quindi caratterizzata da una sicura scansione ritmica e nel contempo da un arrangiamento di notevole inventiva musicale, in una miscela molto armonica, come non sempre accadeva per le orchestre coeve di Miguel Calò.

In particolare, anche Al compás del corazón mette in evidenza lo strumento principe dell’orchestra, il pianoforte di Osmar Maderna, musicista di grande personalità e capacità espressiva. È notevolissimo il lavoro di riempimento armonico con la parte più bassa della tastiera, ma soprattutto la grande inclinazione ad esaltare la melodia tramite interventi che lungo tutto il brano sottolineano contestualmente l’andamento ritmico. L’influenza di Maderna sull’orchestra di Calò fu sostanziale, vuoi per il suo stile strumentale, che precorreva gli sviluppi futuri e che lo stesso pianista realizzò successivamente con la sua orchestra, vuoi per i suoi arrangiamenti. Non da poco deve essere stato il suo influsso sugli altri musicisti dell’orchestra de Las Estrellas, un insieme di giovani cui che, ciascuno a suo modo, sarebbero diventati personaggi di prima grandezza del tango.
Caratteristico il leggero arpeggio in sesta posto a chiusura del brano, una sorta di firma inconfondibile delle esecuzioni di Maderna di quest’epoca.
Nell’ambito del suo generale intenso utilizzo dei violini, è utile annotare che per mezzo di Miguel Calò fece ingresso nel tango il virtuosismo violinistico. Fino alla fine degli anni ’30 era predominante la forma classica del ‘cantare la melodia’ da parte del violino; fu proprio grazie all’ingresso di Raul Kaplun come primo violino nella sua orchestra che Calò cominciò a scrivere arrangiamenti con passaggi la cui difficoltà esigevano una destrezza non comune tra i musicisti di tango dell’epoca.
Come per la maggior parte dei tanghi de Las Estrellas, anche Al compás del corazón presenta un’importante sezione di violini, in questo caso dediti da un lato a sottolineare morbidamente la melodia del brano, e dall’altro a sottolineare il ‘battito’ del corazón, spesso in combinazione con i bandoneones (qui per lo più dediti ad un ruolo ritmico e milonguero). Pur non essendoci prolungati passaggi solistici, la parte dedicata agli archi intesse la struttura ritmica e melodica di tutto il pezzo, ora in consonanza con le sincopi del pianoforte, ora in raffinato contrappunto con la voce, il tutto in vista di una ballabilità sicura da un punto di vista ritmico e assai stimolante dal punto di vista dell’interpretazione.
Una nota merita sicuramente il cantante di questo brano, Raúl Berón. Miguel Calò non promosse solo grandi musicisti e futuri direttori d’orchestra, ma anche grandi cantanti, che in qualche modo vennero debuttarono professionalmente nella sua orchestra, come Alberto Podestá, Raúl Iriarte e, appunto, Raúl Berón. Berón fu scoperto da Armando Pontier, che lo presentò al direttore, cui piacque, e con cui preparò un repertorio. A tal riguardo, è curioso ricordare un aneddoto legato proprio al brano di cui stiamo parlando. Berón iniziò a lavorare con Calò accompagnandolo nelle trasmissioni radiofoniche. Capitò che il cantante non piacque ai dirigenti dell’emittente, tanto che pressarono Calò perchè fosse sostituito. Negli stessi giorni di quello che doveva essere l’ultimo mese di collaborazione tra i due musicisti, veniva pubblicato il primo brano inciso da Berón con Calò, quel Al compás del corazón che cominciò da subito a riscuotere un successo con pochi precedenti. L’atteggiamento di chi aveva giudicato negativamente il cantante mutò di segno, tanto che pare che i dirigenti radiofonici facessero la fila per congratularsi con Calò per la scelta del cantante per quell’incisione ormai popolarissima…

Al compás del corazón si arricchisce dello gradevolissima voce tenorile di Berón, il cui timbro vellutato e la cui interpretazione calda, sentita, ‘gardelliana’ è particolarmente adatto alla resa del brano, che ha nell’esecuzione in oggetto la sua versione definitiva. Alcune sfumature e profondità del repertorio di Miguel Calò devono molto allo stampo intimista e raffinato del suo canto; sia negli episodi più drammatici che in quelli più giocosi, Berón espresse sempre uno stile misurato e di estremo buon gusto, facendone uno dei cantanti di tango più apprezzati.

Ultimo di una grande famiglia di musicisti, Mario Canaro, violinista, bandoneonista, contrabassista e direttore, è ricordato non solo per aver diretto il Quinteto Pirincho dopo la morte del fratello Francisco, ma anche come autore di molti tanghi di successo. Tra questi spicca sicuramente Oigo tu Voz, scritto nel 1943.
Il testo di Francisco García Jiménez è stato ben interpretato da Raúl Berón per Lucio Demare, ma la versione probabilmente più nota ed apprezzata e che possiamo considerare definitiva di questo brano è dovuta all’esecuzione di Enrique Campos per l’Orchesta di Ricardo Tanturi. Lo stile del duo Tanturi – Campos si coniuga perfettamente alla venatura drammatica ma composta del brano, così come l’accentuazione ritmica dell’interpretazione e lo stile di canto semplice e classico.

Il brano è, anche da un punto di vista strutturale, un perfetto esempio dello stile che ha reso Tanturi apprezzatissimo nelle milonghe: un’introduzione morbida e discreta ben sostenuta dal tipico ritmo sincopato, una cura melodica ben studiata che prepara idealmente l’intervento del cantante.
L’interpretazione di Campos è al solito composta, dotata di una semplicità che arriva al pubblico senza ostentazione o mezzi ad effetto. Nella sua interezza l’interpretazione mostra un’orchestra ben affiatata, molto precisa, e produce un brano dalla personalità forte, carico di espressività, riuscendo a rimanere estremamente adatto alle esigenze dei ballerini.

Una notazione particolare si deve al pianista Armando Posadas, che accompagnò l’orchestra di Tanturi dagli esordi sino alla dissoluzione del 1966; a tal riguardo, si noti la chiusura tipica di Tanturi, con lo spostamento inaspettato dell’accento sulla penultima nota e quindi un ultimo appoggio in pianissimo. Un tipo di finale reso in modo magistrale, di lì a qualche anno, da Osvaldo Pugliese.

La versione dell’Orchestra di Lucio Demare, curiosamente incisa negli stessi giorni di quella di Tanturi, ci presenta un’atmosfera più delicata ed intima, come quasi sempre nei brani del pianista. L’arrangiamento si rivela fin dalle prime battute assai articolato, con importanti

variazioni ritmiche dovute al raffinato pianismo di Demare. Anche il suo noto gusto armonico (oltre al pianoforte, si noti il raffinato lavoro di fraseggio degli archi ), piuttosto che proporsi solisticamente, concorre a determinare il delicato risultato d’insieme. Tutti elementi stilistici tipici del pianista, che rendono anche questa interpretazione esteticamente affine a quella ‘escuela romantica’ che, tra il 1915 ed il 1935, produsse ‘paginas arromanzadas’ di prima importanza di Juan Carlos Cobian, Enrique Delfino, Julio De Caro. In questo senso la morbidezza della voce di Raúl Berón si coniuga perfettamente con il registro stilistico che Demare ha utilizzato.

Una versione di questo brano dove spicca l’innata creatività di questo pianista, quindi, rendendo un’atmosfera in qualche modo più romantica, morbida ed intimista rispetto alla versione di Tanturi.
Due accentuazioni della stessa modalità di sentire la musica ed il tango, riconducibili allo stesso alveo sentimentale ed artistico che, nel periodo in oggetto (la prima metà degli anni ’40), diede alcuni dei frutti più preziosi della storia del tango.

Orquesta Ricardo Tanturi, canta Enrique Campos (17 novembre 1943)

Orquesta Lucio Demare, canta Raúl Berón (25 novembre 1943)

 

Oigo Tu Voz (1943) Música: Mario Canaro – Letra: Francisco García Jiménez

Miedo de morir,
ansia de vivir,
¿sueño o realidad?…
Algo quiere ser
un amanecer
en mi soledad…
Canto que olvidé,
sitios que dejé,
dicha que perdí…
¡Hoy en la emoción
de mi corazón
todo vuelve a mí!

Oigo tu voz
¡la que mi oído no olvida!
Me trae tu voz
hasta mi pena escondida
la luz y la vida
de un rayo de sol…
Vuelvo a escuchar
el nombre mío en tu acento,
sin descifrar
si es la palabra que siento
mentira del viento,
delirio, no más…