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…una delle opere d’arte del nostro tango che perdurerà per sempre
Julio De Caro


Parlare di Recuerdo significa accostarsi all’opera di Osvaldo Pugliese, da molti considerato il musicista più importante nella storia del tango classico, tramite uno dei suoi brani più celebri e di maggiore influenza, nonché quello che vanta il maggior numero di interpretazioni. Le ragioni per cui Recuerdo è considerato una capolavoro assoluto risultano evidenti fin da primo ascolto: l’eccezionalmente ispirata linea melodica, il lavoro di contrappunto che intarsia la trama ritmica, la sua stessa innovativa struttura lo impongono quale modello insostituibile della più preziosa tradizione strumentale tanghera. Il poeta e scrittore Horacio Ferrer si spinge a tracciare un confine tra il mestiere del musicista di tango prima e dopo la pubblicazione di quest’opera. Se poi si riguarda a questo brano attraverso le lente dell’epoca in cui apparve, corre l’obbligo di sottolineare come Recuerdo si imponga all’attenzione dell’appassionato non soltanto da un punto di vista esclusivamente estetico, ma anche per l’importante apertura prospettica che rappresentò in ambito compositivo.

La composizione  e la pubblicazione

Come riportano le fonti più qualificate, la genesi del brano fu piuttosto particolare, e vale la pena di raccontarne qualche dettaglio.
Al riguardo, il lato meno appassionante è forse quello relativo alla dubbia paternità dell’autore, una questione che nel tempo ha prodotto numerose ricerche più o meno documentate. La pubblicazione dello spartito di Recuerdo, infatti, avvenne nel 1924 a nome del padre di Osvaldo, Adolfo Pugliese, modesto operaio e flautista dilettante, che si esibiva nei caffè di Villa Crespo insieme ai vari conjunctos (per lo più quartetti) che animavano il suo barrio a cavallo tra gli anni ’10 e gli anni ’20. Il fatto che questa pubblicazione porti il nome di Pugliese padre è all’origine delle non poche discussioni cui si è accennato, peraltro assai articolate ma con risultati perlopiù dubbi, laddove non contraddittori.

Lo stesso Osvaldo Pugliese ebbe modo di dire che la pubblicazione a nome del padre fu un fatto legato alle circostanze del momento.

In quel periodo mio padre attraversava un difficile momento professionale: lui era flautista e i quartetti della Guardia Vieja andavano abbandonando il flauto a vantaggio del gruppo composto da chitarra, bandoneón, violino e pianoforte. In breve si trovò senza lavoro, ed allora se ne inventò un altro: il commerciante di musica. Comprava partiture musicali e le rivendeva.[…] Una sera quando i miei genitori mi chiesero di suonare ancora una volta il tango “quello” , come ormai lo chiamavano loro, papà mi propose di pubblicarlo. Va bene, risposi, pubblicalo a tuo nome, […] gli risposi in quel momento. Mio padre lo pubblicò e […] lo fece con il suo nome.

Se pure si volesse porre attenzione al confronto tra le differenti opinioni alternatesi negli anni a seguire, pare difficile non ritenere definitiva l’osservazione che Luis Adolfo Sierra ebbe a scrivere nella sua Historia del Tango (Tomo 14), quando ricorda che

per quanto riguarda l’errore in relazione all’apparizione nelle prime edizioni del tango “Recuerdo” del nome di Adolfo Pugliese come autore del lavoro bisogna capire che si trattava semplicemente di una misura cautelare da parte dell’editore e del padre di Osvaldo Pugliese, data la sua minore età (aveva solo 19 anni), in un momento storico in cui non esisteva la la tutela giuridica dei diritti di proprietà intellettuale.

Da sottoscrivere è la conclusione:

… nessuno in buona fede, si chiede chi sia il vero autore

Più interessanti sono invece i vivi ricordi dello stesso Osvaldo Pugliese circa la gestazione e composizione del brano, avvenute in giovanissima età.

Ero un giovane […] anche un po’ grassottello, quanto potevo avere … 14, 15 anni ? Prendevo il tram numero 96 tutti i giorni, tra Rivera e Canning per andare al Café la Chancha dove suonavo per qualche soldo. Proprio lì, su un tram, con lo sferragliare assordante, mi venne la prima idea. Tornato a casa portai direttamente sul pianoforte la musica che avevo in testa, perché non sapevo ancora scrivere le note.
[…] A mio padre e ai miei fratelli piaceva molto quel tema, e quando stavo studiando seduto davanti al pianoforte venivano e mi dicevano: suona quello […] quel tango era Recuerdo.

Il tempo in cui comparve la prima idea del suo capolavoro viene quindi situato da Pugliese attorno al 1919/20, anni in cui la Guardia Vieja dettava legge in termini di ritmo ed arrangiamento, secondo i canoni di una musica con pulsazione continua e struttura armonica senza troppe pretese.
Come vedremo, già questa prima parte di Recuerdo, che come dice l’autore non aveva ancora un titolo e che veniva chiamato familiarmente ‘quello‘, consente di apprezzare il valore di un approccio musicale inusitato per i tempi. Fin dal suo incipit, che sappaimo essere rimasto invariato fin da questa prima stesura, il lavoro pare anticipare significativamente l’avvento della Guardia Nueva decareana, se non addirittura scavalcarla qualitativamente quanto a fecondità armonica e melodica.

Bisogna annotare che il giovane Pugliese era già in possesso di una buona cultura musicale, trasmessagli dal padre e dai due fratelli musicisti, ma anche strutturata fin da bambino dallo studio del violino. Quando il padre Adolfo riuscirà ad acquistare un pianoforte per il figlio, che aveva mostrato inclinazione particolare per questo strumento, Pugliese iniziò, quattordicenne, a prendere lezioni dal maestro Vicente Scaramuzza. Un anno dopo cominciò a suonare in un trio, e di lì a breve alternerà le serate nei locali della sua città con l’Orquesta della bandoneonista Francisca “Paquita” Bernardo alle ore di studio alla tastiera. Gli strumenti adeguati all’espressione del suo eccezionale talento gli furono infine forniti dalla preparazione teorica acquisita presso il Conservatorio di Villa Crespo, che Pugliese cominciò a frequentare nel 1919.
A distanza di qualche anno dalla prima bozza di Recuerdo, il brano fu terminato con gli stessi caratteri di occasionalità improvvisa che l’avevano generato. È lo stesso Pugliese a raccontarlo.

La seconda parte di Recuerdo la composi due o tre anni dopo, all’improvviso, mentre camminavo in Calle Acevedo. Uno compone un motivo, lo abbandona, e dopo un pò lo riprende, e così lo smussa, lo migliora, lo trasforma in qualcosa che gli piaccia veramente. Lo ultimai nel ’24, nel periodo in cui studiavo molto il piano, sette otto ore al giorno.

Le prime incisioni

Recuerdo era così compiuto, e fin dalle prime esecuzioni nei caffè riscosse un immediato interesse da parte del pubblico. Ancora Pugliese ricostruisce i primi passi del suo brano nell’ambiente tanghero, da quando il padre affidò la partitura ad un cugino della moglie, Juan Brava.

Pedro Laurenz Orquesta con Pugliese al pianoforte 

Juan Brava, che suonava con un trio ed un quartetto, fu il primo ad eseguire in pubblico Recuerdo, presso  il café Mitre. E da quel momento cominciarono a parlare del mio tango. In quel periodo suonavo nel café ABC di Villa Crespo a Buenos Aires, con Enrique Pollet, detto ‘El Francesito’, con Herminio Macchiano, un ragazzo al quale mancavano entrambe le gambe, al bandoneón, e con un altro ragazzo, Terragna, al violino. Proprio in quel posto Pedro Laurenz, amico di Pollet, lo ascoltò e decise di portarlo all’orchestra di Julio De Caro, di cui era bandoneonista.

Fu quindi Laurenz a chiedere uno spartito manoscritto a Pugliese ed a portarlo a Julio De Caro, che ne rimase entusiasta. Molti anni dopolo stesso De Caro avrebbe detto che

Recuerdo  è una pietra miliare nella composizione del Tango, col suo imprevisto svolgimento melodico, con i suoi colori del suono, con l’abilità dei cambi di tonalità, gli arpeggi opportuni e l’originalità della sua variazione. Insomma un’opera d’arte del nostro Tango che perdurerà per sempre.

La prima registrazione di Recuerdo si deve al suo Sexteto Tipico, che lo incise il 9 dicembre del 1926. Fin da questa prima uscita su disco il brano si impose per la sua forza espressiva e per la portata innovativa delle scelte stilistiche che ne avevano presieduto la composizione, ma anche in ragione di un’interpretazione rimasta classica.

Recuerdo, Sexteto Tipico Julio De Caro, 1926


La versione di De Caro, un perfetto esempio del suo stile interpretativo, rileva appieno il carattere d’avanguardia, per l’epoca, del brano di Pugliese: in prima battuta da un punto di vista estetico, grazie alle capacità di arrangiamento del suo Sexteto. Non a caso l’orchestrazione di De Caro fu mutuata da molti altri interpreti di Recuerdo, nonché dallo stesso Pugliese quando lo incise nel 1944.

Il carattere innovativo del brano salta facilmente all’orecchio affiancandogli le incisioni che nella stessa epoca andavano realizzando i più celebrati esponenti della guardia vieja: il chiaroscuro espressivo, quasi del tutto trascurabile nelle esecuzioni dei contemporanei, acquista qui un’importanza rilevantissima; la modulazione armonica, il contrappunto e il sapiente controllo dei tempi risultano del tutto nuovi nel panorama musicale del periodo.

Si prenda ad esempio un altro brano inciso nel 1926, Sentimento Gaucho dell’Orquestra di Francisco Canaro, quale buon esempio delle consuetudini musicali in voga in quegli anni.

Sentimiento Gaucho, Orquesta Francisco Canaro, 1926

È soprattutto nel colore del suono che  i due brani si differenziano, ovvero in ciò in cui consiste la qualità stessa della musica. Il rilievo quasi assente nell’esecuzione di Canaro, preoccupato più della scansione del tempo e dell’esposizione ‘orizzontale’ della melodia, è invece evidentissimo in Recuerdo. Di più, è proprio l’intento dell’autore, perfettamente accolta dall’arrangiamento decareano, a rivelarsi decisamente differente: il timbro, i modi d’attacco, le variazioni dinamiche, le accentuazioni, la stessa articolazione della melodia connotano azioni, suggeriscono intenzioni, ovvero propongono un atteggiamento di raffinatezza psicologica e sentimentale praticamente assente in Sentimiento Gaucho.

Oltre alle considerazioni musicali, è da segnalare il grande successo che questa prima incisione riscosse presso il pubblico. Le cronache dell’epoca riportano che nei locali dotati di grammofono il Recuerdo inciso da De Caro fosse reclamato più volte durante la serata, a conferma della rara qualità di saper realizzare opere artisticamente formidabili ed al contempo amatissime dal pubblico delle milonghe, qualità che tutti gli appassionati riconoscono a Pugliese. Recuerdo rappresentò da subito, quindi, il modello di un nuovo tango strumentale ricchissimo sia per i musicisti che per i ballerini.
Quella di De Caro fu solo la prima di numerosissime interpretazioni di Recuerdo. Hugo Di Carlo, l’Orquesta Típica Víctor, Eduardo Bianco fecero seguire le proprie versioni negli anni immediatamente successivi a quella di De Caro; in breve i musicisti che si  cimentarono con il brano di Pugliese divennero numerosi, Francisco Lomuto, Anibal Troilo, Ricardo TanturiDomingo FedericoHoracio Salgán tra gli altri. Recuerdo continuò e continua ad affascinare i musicisti di tango, che vi si sono avvicinati quasi sempre con il rispetto ed il talento che esige una delle opere fondamentali della propria musica. Ascoltiamo, tra le tante, l’interessante versione di Ricardo Tanturi.

 Recuerdo, Orquesta Ricardo Tanturi, 1942

 Qualche tempo dopo la pubblicazione, Eduardo Moreno scrisse un testo per Recuerdo. A onor del vero, fornire questo tango di una parte cantata pare del tutto superfluo, in primo luogo perché nulla aggiunge alla sua mirabile forma strumentale, e poi perché il letrista non fornì gran prova delle sue doti di poeta in questa occasione. Tuttavia rimangono alcune versioni cantate di Recuerdo, tra le quali una incisa dallo stesso Pugliese con Jorge Maciel alla voce nel 1966.

La struttura melodica di Recuerdo

  
Da un punto di vista generale, un tratto vistoso dell’impianto melodico di Recuerdo risiede nel suo essere poco scontato, poco prevedibile, specie se affiancato a quasi tutta la produzione tanghera coeva. In qualche modo si può dire che il brano si dipani in una forma più ‘narrativa’ che di immediata ballabilità, volto com’è a raccontare un insieme di sensazioni in chiaroscuro. L’incipit del discorso musicale, cui si dedica il celebre tema delle prime sedici battute, presenta l’imprevisto svolgimento melodico che caratterizza Recuerdo.

Come detto, il brano si conferma fin dal suo principare quale atto di rottura rispetto ai canoni musicali del tango degli anni ’20, dedito più alla scansione asciutta ed alla semplicità dell’esposizione musicale che a sfumature espressive di rilievo. In queste prime frasi Pugliese varia sapientemente le tonalità, alternando pause, rallentamenti e accelerazioni su una solida struttura ritmica di base, punteggiata di sincopi, ‘raccontando’ il primo tema del brano attraverso una suggestione melodica di grande impatto affidata ai violini.
Le successive sedici battute realizzano un tema diverso, ritmicamente più morbido, sviluppato nel registro centrale, a metà strada tra la regione bassa presidiata dal contrabbasso e dalla mano sinistra del pianoforte e la regione acuta, affidata ai bandoneones. Quest’ultimo strato sonoro è particolarmente interessante, sviluppando raffinatissimi arpeggi a due voci alternati a frammenti melodici che disegnano il contrappunto alla melodia principale. 

Il risultato di questo incastro è di gran fascino, anche per la sensazione piuttosto ‘da improvvisazione’ che gli elementi di contrappunto donano all’ascoltatore. In qualche modo si potrebbe dire che gli elementi acuti posti ad ornare la melodia di questo secondo tema paiono dare l’impressione di essere casuali, non studiati; in realtà sono parte integrante ed essenziale al fluire melodico: pare difficile immaginare questa seconda parte senza le felici articolazioni delle due voci sui toni alti. Tant’è vero che tutti gli interpreti di Recuerdo li hanno rispettati quasi fedelmente, affidandoli, come fece Pugliese stesso, ai bandoneones.

La conclusione del brano viene affidata ad un terzo tratto melodico, quello del trio (come viene indicato in fondo alla stessa partitura), ovvero ad una sezione assai ritmica realizzata da tre voci di bandoneon. In particolare, si noti (nella versione incisa dall’autore), le belle variazioni eseguite sulla ripetizione di questo terzo tema, ancora una volta di ottima fattura armonica e di grande impatto espressivo. Come si può facilmente appurare, quella appena esposta è una struttura assai inusuale nel tango degli anni ’20, e non soltanto per l’atmosfera e la profondità, diremmo oggi, che riesce a comunicare all’ascoltatore. 

 Rimanendo ancora un momento sul tema delle fasi melodiche del brano, infatti, è da notare come il primo tema, quello d’apertura affidato ai violini, non viene ripetuto, come era consuetudine nel tango, ma invece proprosto una sola volta lungo le prime sedici battute. La seconda parte, col suo tema delicato ed elegante, si stacca pittosto decisamente (ed inusualmente) dalla prima, producendosi in un ambito più meditativo nonché assai cantabile. 
Tuttavia pare essere questa la sezione del brano più gravida di frutti per il futuro della musica bonaerense, grazie a quella sorta di dialogo tra la melodia principale ed i bandoneones di cui s’è detto, e che spicca per la coloritura sonora e la qualità delle variazioni. Infine, il brano va a chiudersi con le due frasi eseguite in trio, come detto, ma, ancora in modo non comune, composte da dieci battute l’una. Si aggiunga ancora che l’incalzante variazione finale dei bandoneones non era affatto in uso nei tanghi dell’epoca.

Pugliese con i suoi bandoneonisti alla fine degli anni ’40
Da queste rapide osservazioni può apparire più chiaro il senso di stacco innovativo che Recuerdo produsse nei suoi primi ascoltatori. È oltremodo significativo che Astor Piazzolla, quanto mai avaro di apprezzamenti di maniera, si sia riferito al tango dell’amico Pugliese affermando che

…ascoltando Recuerdo non c’è alcun dubbio che basterebbe qualche piccolo trucco per trasformarlo in tango d’avanguardia

Le ragioni che presidiarono a questo modo nuovo di intendere la composizione tanghera furono diverse, e tra esse sicuramente pesò la competenza tecnica e teorica del giovane pianista (alcuni accostarono il primo tema a reminiscenze schumaniane, altri ravvisarono nel crescendo finale la lezione di Rossini). Tuttavia quel che in questa realizzazione pare di tutta evidenza è soprattutto un talento musicale che sta prima e oltre la tecnica compositiva, ovvero quella straordinaria capacità di tradurre in musica la ricchezza interiore che accompagnerà Pugliese sino all’ultimo arrangiamento della sua vita.

Pugliese interpretato da Pugliese

Pugliese nell’Orquesta di Pedro Maffia

L’autore di Recuerdo incise la prima versione di questo tango vent’anni dopo averlo composto.  L’11 agosto del 1939 l’Orquesta Típica Pugliese aveva debuttato al cafè El Nacional, apportando nell’ambiente tanghero un originalissimo tenore interpretativo. La costituzione di una propria Orquesta finalizzava un percorso ormai più che ventennale, che aveva portato il pianista, dopo le prime esperienze in trio e con l’Orquesta di Francisca Bernardo, a suonare per Pedro Maffia, poi con il violinista Elvino Vardaro nel Sexteto che portò il loro nome, e quindi come strumentista accanto a nomi che sarebbero divenuti leggendari, come Pedro Laurenz, Miguel Calò ed Anibal Troilo, nonchè formando un formidabile duetto col violino di Alfredo Gobbi. Pur essendo apprezzatissimo dai musicisti, quindi, Pugliese rimase sconosciuto al grande pubblico fino al 1939.

 L’Orquesta che attraverso differenti formazioni accompagnò Pugliese per tutta la vita, si affermò come una delle più importanti di tutti i tempi. Avvalendosi di Osvaldo Ruggiero come primo bandoneon, Enrique Camerano al primo violino e Aniceto Rossi al contrabbasso, l’Orquesta espresse fin dall’esordio nella cifra del tempo rubato e della sincope una particolarissima marcazione ritmica. Il debutto discografico avvene nel luglio del 1943, quando furono incisi Farol e El Rodeo. 

Farol, Orquesta Osvaldo Pugliese, canta Roberto Chanel, 1943

Fin dai primi documenti sonori, lo stile dell’Orquesta di Pugliese si afferma nel suo suono inconfondibile. A partire dalla lezione decareana, lo stile di Pugliese fa larghissimo utilizzo della sincope, nonché della tecnica del rubato che, in particolare negli assoli dei bandoneónes, conferiscono all’esecuzione un effetto drammatico particolarissimo tenendo la nota leggermente più a lungo del previsto.

 Flor de Tango, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1945

Come è stato ampiamente osservato, il modo di suonare di Pugliese unisce una perfetta ballabilità ad una struttura armonica di particolare e raffinata complessità. Accanto al gusto melodico, di cui Recuerdo è un esempio palmare, è inevitabile accennare alla caratteristica strutturazione ritmica ed armonica delle sue composizione e dei suoi arrangiamenti, un modo di suonare il tango tramite cui gli elementi del linguaggio musicali non paiono mai semplicemente sovrapposti o affiancati, esprimendo piuttosto un senso di straordinario equilibrio ed al contempo di grande forza espressiva.

Orquesta Osvaldo Pugliese (anni ’50)

Nell’interpretazione di Pugliese un elemento ritmico non è mai soltanto tale, ma assume quasi una valenza melodica, così come le strutture armoniche giocano al servizio dell’impianto ritmico. L’accentuazione della sua Orquesta si realizza infatti in una stratificazione di strutture sonore, determinando un sottile meccanismo in cui le differenti sezioni strumentali intarsiano la musica tramite una varietà di stili ed effetti espressivi.
Queste trame sonore, sempre di grande effetto ed eleganza, si dipanano su una traccia ritmica, o meglio poliritmica, ben nota agli appassionati, che vede il primo ed il terzo tempo delle battute pesantemente sottolineate a scapito del secondo e quarto tempo, attenuati ed affidati perlopiù alla parte bassa della tastiera del pianoforte ed al contrabbasso. È il celebre effetto ‘yum-ba’, come lo stesso direttore chiamò l’aspetto saliente della sua ritmica strumentale. Sebbene De Caro e Di Sarli, con differenti posture espressive, avessero già introdotto una forte marca sul primo e sul terzo tempo, Pugliese portò all’estremo questo tipo di accentuazione, introducendo un arrastre previo che fornisce la sensazione di un ‘trascinamento’ due volte ogni battuta.
L’archetipo più limpido di questa impostazione lo si trova certamente ne La Yumba, ma Pugliese vi rimase fedele lungo tutta la sua attività, tanto che si potrebbe scegliere una qualsiasi delle sue centinaia di interpretazioni  per averne plastica evidenza.

Quejumbroso, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1959

Nell’ambito di questa breve disamina stilistica, che dovrà essere ripresa ed approfondita altrove, è necessario almeno menzionare la maestria con cui Pugliese riesce ad accelerare e rallentare il tempo d’esecuzione (slargando e slentando); l’ascoltatore ricava l’impressione che la musica suoni uno spartito su cui le note non sono segnate tutte alla stessa maniera, ma che debordino un pò prima, e a volte un pò dopo, il loro punto di attacco, quasi avessero raccolto in maniera differente l’inchiostro dello stilo del musicista. Sono davvero molti quelli che guardano al risultato di questo lavoro come ad un’espressività senza pari nella storia del tango. In qualche modo si può dire che nella musica di Pugliese composizione, arrangiamento e interpretazione orchestrale paiono fondersi in una sola entità, tanto da rendersi indistingubili; e tuttavia lasciando la massima libertà interpretativa alle distinte voci dell’orchestra, di cui anzi si impreziosisce ogni adattamento strumentale.

La Beba, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1972

Ora, l’interpretazione di Recuerdo del 1944, la prima delle quattro che Pugliese ci ha lasciato, esplicita questi elementi stilistici, che abbiamo visto essere costanti nel lavoro del pianista e direttore. In particolare, ci troviamo nel caso in cui la cifra di Pugliese si intreccia all’eccezionalità melodica della sua composizione giovanile.

Recuerdo, Orquesta Osvaldo Pugliese, 1944


Pur tenendo conto del grande valore musicale di molti suoi interpreti, nelle esecuzioni del suo autore il brano estrinseca nella maniera più chiara la sua ricchezza, proprio per quell’ineguagliata capacità di tenere vicinissime, fuse insieme si potrebbe dire, le esigenze di accentuazione ritmica e il raffinato apparato di elementi espressivi di cui s’è detto.

Pur non approfondendo qui le tematiche dell’interpretazione e degli arrangiamenti, che nel caso di Pugliese rivestono un’importanza ed un interesse massimi, è bene additare l’eccezionale capacità che il suo stile ha nel rivelare la valenza sentimentale dei brani interpretati, attraverso un’amplificazione dell’accento drammatico che non scade mai in melodramma né utilizza espedienti facilmente patetici. E questo vale a maggior ragione per i brani di sua composizione, tutti invariabilmente di eccellente qualità, e quindi anche per Recuerdo.

Oltre ai tratti legati all’aspetto tecnico del brano di cui s’è detto, ed al di là del valore intrinseco dell’invenzione rappresentata da Recuerdo, pare in ultimo interessante notare il ‘taglio’ di arrangiamento che Pugliese ha voluto dare del suo brano. Come l’ascoltatore ha potuto notare, la versione del 1926 di Julio De Caro si struttura nel ripetere due volte le tre sezioni del brano, secondo uno schema

primo tema – secondo tema – terzo tema – primo tema – secondo tema – terzo tema

La versione di Pugliese del 1944 articola in maniera diverse le fasi, ripetendo solo il primo ed il secondo tema, e poi chiudendo con il trio, secondo lo schema


primo tema – secondo tema – primo tema – secondo tema – terzo tema

Questa scelta pare più vicina agli intendimenti del tango, e la maggior brevità restituisce forse all’ascoltatore un senso di fugacità che ben si attaglia con le intenzioni espressive più profonde del brano. Seppure queste considerazioni possano per loro natura essere determinate più dalla soggettività dell’ascoltatore che da elementi oggettivi, rimane vero che gli arrangiamenti che l’autore realizzò negli anni non smentirono la sua prima realizzazione.

E l’ultima versione rimastaci, modificata nella struttura per offrire una volta sola ogni tratto melodico al pubblico, pare rafforzare questi sentimenti. L’esecuzione è quella che l’ottantaquattrenne Pugliese realizzò dal vivo in un memorabile concerto ad Amsterdam del 1989.
Essa pare segnare il culmine estetico e stilistico del pianista nell’eseguire il suo ormai remoto primo successo.

In questo suo ultimo ed appassionato arrangiamento di Recuerdo Pugliese, in luogo della ripetizione delle due prime parti, introdusse una sospensione quasi totale, giusto prima dell’ultima frase finale, un quasi silenzio abitato solo dal richiamarsi in pianissimo dei violini e del pianoforte su un’unica nota ribattuta. Un piccolo capolavoro nel capolavoro, tra gli ultimi e più emozionanti regali di un grande artista.


Recuerdo, Orquesta Osvaldo Pugliese, en concierto 1989

L’Orquesta di Miguel Calò approdò alla giustamente celebrata decade degli anni quaranta nel pieno della sua maturità. Ne è testimonanza un disco fondamentale per i cultori del tango, Las Estrellas, dal soprannome del ‘conjunto’ che, a partire dal 1934, andò confermandosi via via come una delle orchestre più importanti della storia del tango. Pare piuttosto semplice comprenderne le ragioni scorrendo i musicisti che, negli anni, ne fecero parte: Miguel Nijensohn, Hector Stamponi, Domingo Federico, Armando Pontier, Enrique Mario Francini, Osmar Maderna, Carlos Lazzari, Eduardo Rovira.
Da un punto di vista musicale la produzione che si situa nella prima metà degli anni quaranta, e di cui queste incisioni rappresentano il migliore distillato, paiono il frutto compiuto dello stile di Calò. A partire dagli anni trenta, da uno stampo assimilabile alla tradizione del suo maestro Fresedo e ad un suono vicino a quello di Di Sarli, Calò andò integrando al tango più tradizionale la spinta di rinnovamento che si andò imponendo nei ’40. Il tutto molto morbidamente, senza giustapposizioni forzate, mantenendo costantemente una profondità d’interpretazione ed insieme un sicuro impianto ritmico, una combinazione che ancora oggi risulta d’immediato richiamo per i frequentatori della milonga.
Al compás del corazón è uno dei brani più noti della fase di cui stiamo parlando, e ha in sè tutti i tratti che l’hanno caratterizzata. Composto nel 1942 da Domingo Federico, all’epoca bandoneónista nell’orchestra di Calò, pare avere avuto un’origine curiosa che l’aneddotica, come per molti altri tanghi, ci riporta puntualmente.

Federico propose ai suoi compagni d’orchestra di suonare il nuovo pezzo, ottenendo l’apprezzamento dei musicisti ma anche lo scarso entusiasmo dei cantanti Raúl Berón e Alberto Podestá, tanto che Federico desistette dal convincerli a lavorarvi.
Tuttavia in occasione di una delle loro serate, ed in assenza del direttore Calò che come abitudine arrivava a spettacolo avviato, i musicisti improvvisarono Al compás del corazón. Alla voce si offrì Enríque Mario Francini, confezionando il debutto un pò ‘in sordina’ del nuovo brano, che il pubblico gradì e richiese durante lo spettacolo vero e proprio. Il direttore che ignaro ascoltò quel tango per la prima volta durante la riesecuzione improvvisata di quella sera, lo inserì immancabilmente nel suo repertorio.

Leggenda vuole che Federico, studente di medicina, si sia ispirato ai battiti del cuore di una rana per comporre questo brano. Durante un esperimento il professore di anatomia, applicando le teorie di Galvani, aveva fatto battere il cuore di una rana dissezionata grazie agli impulsi elettrici. Federico raccontò che proprio osservando ed ascoltando il ritmo di quel cuore che gli sovvenne il caratteristico ritmo di Al compás del corazón, e che anzi ogni volta che interpretava quel tango aveva davanti a sè l’immagine del cuore della rana.
Sia quel che sia, Homero Expósito, l’autore del testo, pare non conoscesse la fonte d’ispirazione di Federico; eppure riconobbe nel ritmo dato al tango la somiglianza con il battito di un cuore, tanto da scrivere versi molto ispirati e sentimentali proprio su un cuore che palpita.

Late un corazón,
déjalo latir…
Miente mi soñar,
déjame mentir…
Late un corazón
porque he de verte
nuevamente,
miente mi soñar
porque regresas lentamente.

Late un corazón…
me parece verte regresar con el adiós.
Y al volver gritarás tu horror,
el ayer, el dolor, la nostalgia,
pero al fin bajarás la voz
y atarás tu ansiedad de distancias.
Y sabrás por qué late un corazón
al decir… ¡Qué feliz!…
Y un compás, y un compás de amor
unirá para siempre el adiós.

Ya verás, amor,
qué feliz serás…
¿Oyes el compás?
Es el corazón.
Ya verás qué dulces
son las horas del regreso,
ya verás qué dulces los reproches y los besos.
Ya verás, amor,
qué felices horas al compás del corazón.

Al compás del corazón, Orquesta Miguel Calò, canta Raúl Berón, 1942

Al compás del corazón è un tango d’impronta classica ma che fa appieno tesoro, come si è detto accennando sullo stile del Calò anni quaranta, dell’insegnamento ritmico del darienzismo;

l’atmosfera resa dal brano è quindi caratterizzata da una sicura scansione ritmica e nel contempo da un arrangiamento di notevole inventiva musicale, in una miscela molto armonica, come non sempre accadeva per le orchestre coeve di Miguel Calò.

In particolare, anche Al compás del corazón mette in evidenza lo strumento principe dell’orchestra, il pianoforte di Osmar Maderna, musicista di grande personalità e capacità espressiva. È notevolissimo il lavoro di riempimento armonico con la parte più bassa della tastiera, ma soprattutto la grande inclinazione ad esaltare la melodia tramite interventi che lungo tutto il brano sottolineano contestualmente l’andamento ritmico. L’influenza di Maderna sull’orchestra di Calò fu sostanziale, vuoi per il suo stile strumentale, che precorreva gli sviluppi futuri e che lo stesso pianista realizzò successivamente con la sua orchestra, vuoi per i suoi arrangiamenti. Non da poco deve essere stato il suo influsso sugli altri musicisti dell’orchestra de Las Estrellas, un insieme di giovani cui che, ciascuno a suo modo, sarebbero diventati personaggi di prima grandezza del tango.
Caratteristico il leggero arpeggio in sesta posto a chiusura del brano, una sorta di firma inconfondibile delle esecuzioni di Maderna di quest’epoca.
Nell’ambito del suo generale intenso utilizzo dei violini, è utile annotare che per mezzo di Miguel Calò fece ingresso nel tango il virtuosismo violinistico. Fino alla fine degli anni ’30 era predominante la forma classica del ‘cantare la melodia’ da parte del violino; fu proprio grazie all’ingresso di Raul Kaplun come primo violino nella sua orchestra che Calò cominciò a scrivere arrangiamenti con passaggi la cui difficoltà esigevano una destrezza non comune tra i musicisti di tango dell’epoca.
Come per la maggior parte dei tanghi de Las Estrellas, anche Al compás del corazón presenta un’importante sezione di violini, in questo caso dediti da un lato a sottolineare morbidamente la melodia del brano, e dall’altro a sottolineare il ‘battito’ del corazón, spesso in combinazione con i bandoneones (qui per lo più dediti ad un ruolo ritmico e milonguero). Pur non essendoci prolungati passaggi solistici, la parte dedicata agli archi intesse la struttura ritmica e melodica di tutto il pezzo, ora in consonanza con le sincopi del pianoforte, ora in raffinato contrappunto con la voce, il tutto in vista di una ballabilità sicura da un punto di vista ritmico e assai stimolante dal punto di vista dell’interpretazione.
Una nota merita sicuramente il cantante di questo brano, Raúl Berón. Miguel Calò non promosse solo grandi musicisti e futuri direttori d’orchestra, ma anche grandi cantanti, che in qualche modo vennero debuttarono professionalmente nella sua orchestra, come Alberto Podestá, Raúl Iriarte e, appunto, Raúl Berón. Berón fu scoperto da Armando Pontier, che lo presentò al direttore, cui piacque, e con cui preparò un repertorio. A tal riguardo, è curioso ricordare un aneddoto legato proprio al brano di cui stiamo parlando. Berón iniziò a lavorare con Calò accompagnandolo nelle trasmissioni radiofoniche. Capitò che il cantante non piacque ai dirigenti dell’emittente, tanto che pressarono Calò perchè fosse sostituito. Negli stessi giorni di quello che doveva essere l’ultimo mese di collaborazione tra i due musicisti, veniva pubblicato il primo brano inciso da Berón con Calò, quel Al compás del corazón che cominciò da subito a riscuotere un successo con pochi precedenti. L’atteggiamento di chi aveva giudicato negativamente il cantante mutò di segno, tanto che pare che i dirigenti radiofonici facessero la fila per congratularsi con Calò per la scelta del cantante per quell’incisione ormai popolarissima…

Al compás del corazón si arricchisce dello gradevolissima voce tenorile di Berón, il cui timbro vellutato e la cui interpretazione calda, sentita, ‘gardelliana’ è particolarmente adatto alla resa del brano, che ha nell’esecuzione in oggetto la sua versione definitiva. Alcune sfumature e profondità del repertorio di Miguel Calò devono molto allo stampo intimista e raffinato del suo canto; sia negli episodi più drammatici che in quelli più giocosi, Berón espresse sempre uno stile misurato e di estremo buon gusto, facendone uno dei cantanti di tango più apprezzati.